sabato 24 dicembre 2011

Il mio nome è: Robin van Persie

Da oggetto misterioso a pilastro, da diamante grezzo a gemma splendente, la storia di uno dei tanti sconosciuti che Wenger ha trasformato in calciatore internazionale. "Il Mio Nome è" ripercorre la storia delle tante promesse divenute Gunners grazie alla tenacia, alla lungimiranza e alla testardaggine tipicamente francese di Arsène - perchè come sappiamo ARSENE KNOWS! 


Olandese, giovane, creativo, bizzoso, indisciplinato e irascibile ma con tonnellate di talento cristallino: questo era Robin van Persie quando sbarcó ad Highbury nell'estate del 2004.
Sette anni piú tardi lo ritroviamo capitano, capocannoniere in Premier ed uno dei fuoriclasse assoluti del panorama europeo.


Once a Gooner - always a Gooner
 Niente male per un ragazzino che ha sempre saputo dove voleva arrivare, ma ha spesso la strada sbagliata: fin dal debutto, a 17 anni, il suo caratteraccio gli ha spesso causato enormi problemi con i propri allenatori - uno su tutti Bert van Marwijk ai tempi del Feyenoord - e ne ha notevolmente rallentato l'esplosione; la sua prima stagione - 28 partite e 8 gol - si è chiusa malamente con il giocatore rispedito tra le riserve dopo che aveva chiaramente fatto capire con un paio di gestacci di non aver gradito una scelta dell'allenatore.
Stessa storia poco dopo, con van Persie allontanato dal ritiro del Feyenoord alla vigilia della finale di Supercoppa Europea contro il Real Madrid in seguito ad un'accesa discussione con il tecnico; van Marwijk, furibondo, getta la spugna e si arrende di fronte a quel ragazzino impetuoso ed indisciplinato che inventa magie, ma rompe soprattutto le scatole.


Nun te reggae cchiu
La seconda stagione non va meglio della prima, poche partite e pochi gol, tanto che quando il Feyenoord lo mette sul mercato nessun Club è disposto a sborsare i cinque milioni di euro chiesti dalla dirigenza della squadra di Rotterdam.
Arsène Wenger fá un primo, timido tentativo (come sempre) ma si ritira di fronte al'inflessibilitá dei dirigenti olandesi; cinque mesi piú tardi l'alsaziano si rifá sotto e questa volta riesce a concludere l'affare per quasi la metá della cifra iniziale.

Vecchia volpe.


La carriera di van Persie nell'Arsenal inizia in sordina, l'olandese deve fare i conti con una concorrenza spietata e si ritrova a lottare con lo spagnolo José Antonio Reyes per un posto in panchina - essendo i mammasantissima Henry e Bergkamp virtualmente intoccabili.
Come guadagnarsi la fiducia di Wenger, se non con una bella espulsione per un fallo scriteriato ed evitabile?
Certo, ancora una volta van Persie finisce nell'occhio del ciclone dopo una brutto intervento su Graeme Le Saux che gli costa il rosso diretto e interminabili settimane di panchina e tribuna, oltre alla squalifica; perfino Wenger perde la pazienza e le telecamere lo colgono mentre grida di tutto al suo talentino olandese che sta prendendo la via degli spogliatoi.


L'unica espulsione IMMERITATA della carriera
La spola tra squadra Riserve e panchina sembra non finire mai, fortunatamente per van Persie arriva un infortunio di Henry a riaprirgli parzialmente le porte della prima squadra e lui è bravissimo a riprendersi il centro del palcoscenico: doppietta al Blackburn nella semi-finale di FA Cup e finalissima a Wembley messa in cassaforte.
Il seguito dell'avventura dell'olandese a Londra è decisamente piú tranquilla - nonostante un paio di espulsioni qua e lá, per non farsi mancare nulla - ma il suo egoismo viene malvisto dai vari Henry, Ljungberg e gli altri senatori: van Persie rischia ancora una volta di finire fuori squadra ma Wenger non molla l'osso e passa ore a cercare di educarlo alla vita in campo e anche fuori.
Non viene certo aiutato dalla sorte, che lo colpisce ripetutamente sottoforma di fastidiosi infortuni, ma il talento di Rotterdam riesce pian piano a ritagliarsi spazi piú grandi nell'undici titolare.
Ritiratosi il suo mentore Bergkamp e partiti sia Henry che Adebayor, Robin van Persie si vede finalmente affidare il ruolo di attaccante principale e iniza a mettere in cascina gol, assist e giocate meravigliose: il gol segnato al Charlton, un tiro al volo tecnicamente impossibile, è solo una delle perle che l'olandese sciorina quando non è incollato al lettino dell'infermeria.

Oggi Robin van Persie è, come detto, uno dei migliori attaccanti a livello mondiale e pazienza se ci sono voluti molti piú anni di quanti necessari, visto l'immenso talento di cui dispone.
È dovuto passare per parecchie espulsioni, tanti gesti sconsiderati e perfino quattordici giorni di carcere per un presunto stupro avvenuto durante un ritiro di preparazione ad un incontro con la Nazionale (accusa poi caduta quando la presunta vittima ha dichiarato d'aver inventato tutto per guadagnare soldi e celebritá).

"goal of a lifetime" A.Wenger
L'impeto con cui affrontava le sfide - lo stesso che lo vedeva allontanato dalla propria classe quasi ogni giorno, ai tempi della scuola - si è finalmente trasformato in una determinazione feroce, che lo porta a "giustiziare" il proprio avversario con una giocata delle sue piuttosto che con il solito calcione.
Ora  - a 28 anni - l'olandese èfinalmente divenuto quel perfetto mix tra la geniale visione di gioco di Dennis Bergkamp e la precisione chirurgica sottoporta di Thierry Henry.
Un perfetto numero nove con la fantasia di un numero dieci, o piú semplicemente "Bergkamp con in piú i gol", come lo ha definito Arsène Wenger.
Ad un sinistro fatato ha aggiunto un piede destro che finalmente puó far danni dopo essere stato poco piú di un accessorio all'inizio della carriera, al gusto per la giocata d'effetto ha aggiunto una pragmaticitá che l'essere cresciuto con una pittrice ed uno scultore non avevano certo sviluppato ed è finalmente maturato - diventando un capitano esemplare sia in campo che fuori.

giovedì 22 dicembre 2011

Aston Villa - Arsenal 1-2: Buon Natale da un brutto Arsenal



Ad un anno esatto dalla fine del mondo l'Arsenal impara a vincere pur non giocando il miglior calcio possibile.
Non è ma troppo tardi!

Due gol segnati da calcio da fermo - un dato che probabilmente non veniva registrato da millenni -  e record eguagliato per Robin van Persie, che con il calcio di rigore spedito alle spalle di Brad Guzan ha messo a segno il suo gol numero 34 dall'inizio del 2011 raggiungendo cosí Thierry Henry, capce di fare lo stesso nel 2004.
Lunedí potrebbe addirittura superare il record assoluto di Alan Shearer - 36 reti nell'anno solare 1995 - ma Wenger sta giá pensando di lasciarlo in panchina per farlo rifiatare.
Che simpatico...

Messi da parte record e statistiche, la penultima gara di quest'anno ci consegna un Arsenal bruttino, spento ed impreciso che riesce peró a portarsi via i tre punti in palio e mantenere cosí viva la corsa alle posizioni piú alte.
L'avvio non è certo stato brillante, i Villans hanno subito messo in pericolo la porta di Szczesny con un bel colpo di testa di Gabby Agbonlahor ma il portierone polacco è stato bravo a respingere; nonostante una partenza a rilento, tuttavia, i Gunners sono riusciti a passare in vantaggio quando Walcott ha disorientato il povero Ciaran Clark lungo il lato corto dell'area di rigore - costringendo l'avversario al fallo.

Nota: non sbaglio quando dico che in serie A un rigore del genere non l'avrebbero mai fischiato. La trattenuta è stata netta, ma Walcott non è caduto rantolando limitandosi ad arrestare la corsa - bravo l'arbitro a fischiare, se in Italia facessero altrettanto magari si vedrebbero meno svenimenti.


34 gol ma soprattutto 34 PARTITE DI FILA!
Chiusa la parentesi, Robin van Persie ha freddato Guzan -  che aveva pur scelto l'angolo giusto - e se non fosse stato per l'uscita tempestiva e coraggiosa di quest'ultimo su Walcott lanciato a rete o per la fretta di Ramsey che ha sparato alto da posizione piú che favorevole, la partita si sarebbe virtualmente chiusa dopo nemmeno 25 minuti.
Non vorrete mica che l'Arsenal si comporti come un Manchester qualunque, che segna tre gol in dieci minuti e poi trotterella fino alla fine della partita - risparmiando preziose energie!
No, i Gunners sprecano e poi si fanno raggiungere da Marc Albrighton, bravo a fiondarsi su un passaggio rivedibile di Vermaelen a Mertesacker: non che il tedescone abbia fatto granché per impedire al centrocampista del Villa d'involarsi verso Szczesny - anzi.
Con un impeto di coraggio si è letteralmente scansato, ha girato le spalle e chiuso gli occhi.
Albrighton ha potuto comodamente segnare il ventimillesimo gol della storia della Premier, tanto storico quanto inutile; ingiusto accanirsi contro Mertesacker, che è stato bravo a non commettere fallo su Albrighton: in quanto giá ammonito avrebbe sicuramente collezionato il secondo giallo e quindi il rosso, complicando ancora di piú la partita.


Butti ma vincenti - per una volta tocca a noi!
I padroni di casa hanno preso coraggio e hanno iniziato ad attaccare con ardore, annientando di fatto il centrocampo dell'Arsenal: bravo Wenger ad inserire Rosicky per Emmanuel "non sono Messi - ce n'eravamo accorti!" Frimpong e cercare cosí di mantenere il pallone lontano da zone pericolose.
Per una qualche oscura ragione ha poi messo anche Arshavin, ricevendo in cambio la solita brillante apatia, ma soprattutto ha avuto la bell'idea di sostituire un Ramsey un po' troppo avvezzo ai colpi di tacco con quella vecchia volpe malnutrita di Yossi Benayoun.
E proprio l'israeliano ha giocato il ruolo del salvatore della patria, incornando un perfetto corner di van Persie quando alla fine mancavano solo tre minuti.
Nel finale c'è stato ancora tempo per vedere Alan Hutton prendersi due gialli in 45 secondi, poi fortunatamente non è successo altro e l'arbitro Moss ha decretato la fine.

Tre punti di vitale importanza, guadagnati alla fine di una partita onestamente mediocre, che mantengono l'Arsenal nella scia di Chelsea e Tottenham e permettono di staccare il Liverpool - fermato a Wigan.
La vetta è sempre lontana 12 punti, gli Spuds restano a distanza di sicurezza (due punti in piú e due partite in meno) ma l'orizzonte mi sembra sempre piú promettente e roseo: abbiamo giá giocato contro tutte le rivali, affrontandole tutte in trasferta e tutte in un momento troppo surreale per essere attendibile: il girone di ritorno vedrá United, City, Spurs e Chelsea far visita all'Emirates Stadium ed affrontare stavolta una squadra seria - non una combriccola di ragazzini impauriti.

COMMON GUNNERS!

lunedì 19 dicembre 2011

Manchester City - Arsenal 1-0: bye bye Premier? Non ancora!



City in vantaggio, Silva insacca da due passi e addio sogni di gloria. Forse.



Abbiamo perso, certo, ma credo sia il primo caso in cui una sconfitta rappresenti una grande iniezione di fiducia.
Siamo d'accordo che con la fiducia tutta sola non si scalano le classifiche, resta tuttavia la netta presa di coscienza che gli sgangherati Gunners, pur in difficoltá numerica in difesa, abbiano ampiamente tenuto testa alla squadra di Mancini.
Avessimo cinicamente concretizzato l'occasione d'oro che ha avuto van Persie o avessimo beneficiato del rigore che l'arbitro avrebbe dovuto fischiare quando Micah Richards ha toccato il pallone con il braccio in area, saremmo tornati a casa con un punto sudato e meritato - ma non è stato cosí e bisogna prendere di buono la prestazione e la voglia di lottare, anche se non fanno punti.

Quel che mi spaventava di piú alla vigilia della partita era la concreta possibilitá che - una volta incassato il primo gol - la partita potesse finire in tragedia come all'Old Trafford e causare una mega depressione di massa.
Nonstante il gol incassato, invece, i ragazzi di Wenger hanno continuato a lottare su tutti i palloni e hanno fortunatamente evitato di gettarsi sconsideratamente all'attacco e lasciare praterie ad Aguero e simpatica compagnia.


Lotta senza quartiere
Peccato per la giornataccia di Walcott e la cronica inconcludenza di Gervinho, le cui prestazioni hanno di fatto impedito a van Persie di essere pericoloso come al solito, altrimenti avremmo potuto creare qualche grattacapo in piú a Joe "Mel Gibson" Hart; non che il portiere inglese non abbia avuto il suo bel da fare, soprattutto su Vermaelen, ma questa volta l'Arsenal è stato decisamente meno spumeggiante e pericoloso del solito.
Non so quanti di voi siano d'accordo con me, ma credo sia stia un po' sopravvalutando il buon Gervinho: velocitá, buon dribbling e resistenza sono sicuramente doti interessanti ma senza il coraggio di provare a saltare il proprio avversario non servono certo a molto; la riverenza mostrata di fronte a Richards e soprattutto Kolo Touré, oltre ad un controllo di palla spesso approssimativo e un'esasperante lentezza nel prendere una decisione ogni volta che il pallone passava dai suoi piedi sono spesso costate care al momento di sorprendere i Citizens in contropiede.
Walcott avrá tanti difetti, ma sa perfettamente come usare la propria velocitá esplosiva e non si fá certo pregare quando bisogna sfidare l'avversario uno contro uno.
Se l'Arsenal fosse una squadra "normale" (e se Arshavin fosse ancora un calciatore), Gervinho siederebbe comodamente in panchina ad imparare come si fá l'esterno offensivo in Premier League: niente paure, niente fronzoli e accelerazioni su accelerazioni lungo la linea laterale come facevano Pires, Ljungberg e come fanno oggi Nani, Nasri e Ashley Young .
Purtroppo il budget dell'Arsenal è ben diverso da quello delle rivali, quindi bisogna accontentarsi di Gervinho - non uno da buttare ma nemmeno un titolare inamovibile di una squadra che aspira a conquistare trofei.

Trovata la soluzione, Le Prof?
Per quanto riguarda le note positive, bisogna dire che finalmente l'Arsenal puó contare su almeno quattro difensori piú che affidabili (Vermaelen, Koscielny, Sagna e Mertesacker) e che il centrocampo non é mai stato cosí forte da anni: Arteta, Song e Ramsey sono una certezza in mezzo al campo e non temono confronti con nessuno in Inghilterra ed Europa (Barcellona escluso, ovviamente); con il ritorno di Wilshere e magari la definitiva esplosione di Diaby potrebbe davvero diventare il punto di forza della squadra per i prossimi anni.
A proposito di Arteta, durante la partita ho perso il conto dei palloni sradicati dai piedi degli avversari e consegnati al reparto offensivo, oltre ovviamente a tutti i passaggi sballati dei vari Djourou e Gervinho che ha addomesticato e ripulito durante i 90 minuti.
Credo di non sbagliare quando dico che lo spagnolo è stato il miglior acquisto delle ultime sessioni di calciomercato - secondo forse al solo Vermaelen.

Ora guardiamo avanti, speriamo che succeda qualcosa ad Arshavin (5 palloni toccati, 4 buttati via e uno consegnato ad Arteta che era un metro piú in lá) in modo che si riprenda o sparisca dalla mia vista e speriamo soprattutto che Wenger stia preparando il colpaccio per Gennaio: non pretendo certo Fernando Torres o Kaká, mi accontenterei di vedere sbarcare all'Emirates Podolski o qualcun'altro in grado di fare sia l'esterno che la seconda punta.

Dodici punti dalla vetta sono tantissimi, il campionato è ancora lunghissimo e continuando cosí sono certo che arriveremo ALMENO quarti - ma credo potremmo arrivare molto piú in alto.

Lassú dove osano le aquile.
Lassú dove osano anche i diavoli rossi e gli sceicchi annoiati che hanno tanti mercoledí liberi.

Senza ambizione non si vince e accontentarsi di lottare per il quarto posto sarebbe controproducente; per sviluppare una mentalitá vincente bisogna innanzitutto credere di poter vincere, cosa che è crudelmente mancata negli ultimi anni.

COMMON GUNNERS!

lunedì 12 dicembre 2011

Arsenal – Everton 1-0: 125 anni and counting!



Arsenal Legend: Thierry Henry, Herbert Chapman, Tony Adams



Il buon vecchio Arsenal ha festeggiato sabato i suoi primi 125 anni di storia.
Tra i festeggiamenti e gli omaggi ad alcune delle leggende che fino a qui hanno reso grande il Club fortunatemente qualcuno si é ricordato di mettere in cascina altri tre punti - che valgono il virtuale quarto posto.
Chi poteva essere a suggellare questo giorno storico se non Robin van Persie? La sua volée di sinistro ha glorificato un pomeriggio che ha rinverdito l'orgoglio di tutti i Gooners del mondo - anche quei nostalgici che rimpiangono i tempi andati e smettono di andare allo stadio appena le vittorie si fanno un pochino piú rare.

Come da tradizione non ho guardato la partita - contribuendo quindi alla vittoria alla mia maniera - e quindi non ho potuto che ammirare qualche momento saliente del match: l'incomprensibile modo in cui Walcott, Ramsey e Gervinho hanno mandato a monte la prima occasionissima dell'incontro, orchestrata da Mikel Arteta, e le conclusioni interessanti degli stessi Gervinho e Walcott.
Proprio per onorare la tradizione abbiamo pensato di chiudere il primo tempo senza gol, nonostante un dominio quasi irriverente, e se avessi guardato la partita quasi sicuramente avrei iniziato a preoccuparmi: possesso palla, azioni pericolose, conclusioni velenose ma niente gol di solito non sono che il preludio ad un contropiede micidiale degli ospiti e tanta frustrazione.


Goooooooooool!

Invece ancora una volta Song si è sobbarcato il doppio lavoro di interditore e rifinitore e ha pescato van Persie con un pallone da far impallidire Cesc Fábregas, l'olandese si é inventato un sinistro al volo da sogno e i Toffees si sono finalmente arresi - contribuendo quindi a terminare in bellezza un pomeriggio di festa.
Alle statue di Herbert Chapman, Tony Adams e Thierry Henry che sono state inaugurate prima della partita é stata aggiunta quella di Tim Howard - portiere dell'Everton rimasto assolutamente immobile sulla conclusione di van Persie.

Ancora una volta il centrocampo dei Gunners é stato sontuoso, il trio Arteta-Ramsey-Song offre il perfetto mix di tecnica, sagacia e muscoli che permette al trio d'attacco di fare sfracelli.
Sará davvero difficile per Wenger sacrificare uno dei tre quando Jack "guardoXFactortutte lesettimane" Wilshere sará guarito.
Il sospettato numero uno a lasciar campo é probabilmente Aaron Ramsey, ma che soddisfazione sapere che abbiamo risorse da sfruttare in pachina e non la solita paccottiglia che abbiamo visto nelle passate stagioni!


Ritorno al Futuro - Arteta sfida i suoi ex compagni


Ora la classifica sorride - finalmente - e possiamo goderci il primo traguardo della stagione: siamo in contatto con le posizioni che contano. Ci é voluta tanta testardaggine, tanta energia e tanto cuore - tutte cose che probabilmente pagheremo profumatamente lungo la stagione - ma é motivo d'orgoglio vedere quanto i ragazzi abbiamo "worked their socks off", abbiamo lavorato con abnegazione.
La squadra é unita, carica e preparata per il big match contro il City a Manchester.
Se per sbaglio il Chelsea dovesse battere gli uomini di Mancini stasera allora la settimana prossima diventerebbe tutto molto, molto piú interessante: se ora abbiamo giocato una partita in piú e abbiamo comunque nove punti di ritardo, con una vittoria del Chelsea stasera e una dei Gunners a Manchester arriveremmo addirittura a sei con ugual numero di partite giocate.

Non succede, ma se succede....

COMMON GUNNERS!

giovedì 8 dicembre 2011

Olympiacos - Arsenal 3-1: Venite anche voi al Vito Mannone's Horror Show!

Facile prendersela con Vito Mannone, direte voi.
Certo, rispondo io!
Facile come afferrare CON LE MANI un pallone debole calciato malamente da Füster piuttosto che cercare un'improbabile rinvio di piede.
Facile come sapere o meno se ci si trova all'interno della propria area di rigore, in quanto portiere.
Facile come capire che Vito Mannone è un buon portiere, ma certamente non per l'Arsenal.


Vito, USA LE MANI!

Commovente ascoltare Wenger che rifiutava di puntare il dito sugli errori abominevoli dei suoi portieri  - ENTRAMBI, compreso Fabianski - adducendo motivazioni un po' troppo leggere: il centrocampo non ha protetto i difensori, la linea difensiva non ha contenuto abbastanza gli attaccanti greci eccetera eccetera.
Troppo poco.




Ancora una volta il campo ci ha mostrato quanto i giocatori che abitualmene siedono in panchina non siano in grado di rappresentare un' alternativa credibile ai titolari; prendiamo ad esempio le squallide (per quanto abituali ormai) prestazioni di Arshavin e Chamakh, oppure la visibile paura che ha dominato Djourou per una buona fetta del primo tempo; la confusione che regnava in mezzo al campo dove nè Coquelin nè Frimpong hanno mai dato ordine e sicurezza al reparto: tutte queste componenti purtroppo fanno scendere un velo di preoccupazione su quello che potrá essere il futuro di questa squadra.


Sarebbe utopistico credere che gli attuali undici titolari possano reggere un'intera stagione ai ritmi cui ci hanno abituato finora, fatti di difesa e attacco senza sosta e senza soluzione di continuitá: se a centrocampo la squadra è numericamente coperta dal ritorno imminenente di Wilshere e dai vari Rosicky, Benayoun e Diaby, il resto della squadra sembra davvero corta, soprattutto in attacco.
Chamakh e Park, pur per differenti ragioni, non sembrano in grado di raccogliere l'eventuale testimone dell'olandese e garantire - se non il movimento e le giocate, oltre allo stesso numero di reti - un buon bottino di gol che possa permettere alla squadra di vedere i propri sforzi in fase di costruzione e rifinitura adeguatamente ricompensati.



Le Prof ha giá chiaramente fatto capire che non spenderá il becco di un quattrino durante il mercato invernale (MA DAI?!), la speranza è che il suo sia soltanto un bluff per non fare schizzare in orbita i prezzi dei suoi veri obbiettivi.
I nomi che circolano sono sempre quelli, cioé i vari Götze, Podolski, Hazard e M'Vila ma ho l'impressione che l'unico che possa davvero sbarcare all'Emirates sia l'attaccante del Colonia - il solo del gruppo ad essere eleggibile per la Champions League e non troppo oneroso per le tasche (a quanto pare) vuote di Arsène.
Si parla inoltre con insistenza di Gourcuff - probabilmente per far tornare il sorriso al suo compagno di merende Chamakh - ma, come detto, il centrocampo sembra l'unico reparto adeguatamente coperto.

Marouane, un caso enigmatico

Non resta che accendere un cero nella speranza che a nessuno dei titolari si stacchi la bench minima pellicina e che tutti indossino rigorosamente la maglietta della salute - non possiamo permetterci nemmeno un raffreddore!

By the way, la sconfitta in Grecia era ampiamente prevista data anche la matematica qualificazione in quanto primi del girone, un dettaglio non da poco che ci permetterá di evitare Barcellona, Real Madrid, Inter,  Bayern Monaco e soprattutto il temibilissimo APOEL negli ottavi di finale.
Restano in ballo OL, Zenit, Basilea, Milan, CSKA, Napoli e Bayer Leverkusen quindi su con il morale, noi quando la Champions League riprenderá a metá Febbraio ci saremo.

Esattamente come United e City.
Ooooops!


COMMON GUNNERS!

martedì 6 dicembre 2011

Il mio nome è Thierry Henry

Da oggetto misterioso a pilastro, da diamante grezzo a gemma splendente, la storia di uno dei tanti sconosciuti che Wenger ha trasformato in calciatore internazionale. "Il Mio Nome è" ripercorre la storia delle tante promesse divenute Gunners grazie alla tenacia, alla lungimiranza e alla testardaggine tipicamente francese di Arsène - perchè  come sappiamo ARSENE KNOWS! 

Niente di piú facile che parlare di Thierry “Mr. 226 goal” Henry quando si vuol lucidare l’immagine dell’Arsenal e di Arsène Wenger, ma quando l’attaccante francese è sbarcato a Londra tutti credevano si trattasse semplicemente di un esterno di centrocampo, un fulmine da posizionare nel corridoio di destra o di sinitra a cui chiedere solo accelerazioni e cross al centro.
Tutti tranne Wenger, ovviamente, che lo aveva visto crescere a Monaco -  in coppia con un certo David Trézéguet – e che aveva intravisto in lui le potenzialitá per diventare la punta di diamante dei suoi Gunners.

Legend in the making - 1999
Nonostante i 23 anni, Henry aveva giá dalla sua parte un Mondiale vinto con la Francia nel 1998 – con tre goal all’attivo pur non essendo un titolare inamovibile – ma nessuno aveva ancora davvero compreso il vero potenziale che il giovane Thierry avrebbe potuto esprimere: certo, era velocissimo e aveva un controllo di palla eccezionale; certo, non aveva paura dei contrasti ed eccelleva nel dribbling in velocitá; certo, calciava sia preciso che potente indifferentemente con entrambi i piedi ma ognuna di queste qualitá sembrava affiorare in superficie solo sporadicamente.

Gli abbonati di Highbury avevano appena detto adieu ad un altro attaccante francese, giovane ed estremamente promettente come Nicolas Anelka – scappato al Real Madrid dopo mesi di estenuanti capricci e trattative – e in pochi credevano di avere giá davanti agli occhi colui che sarebbe diventato il miglior marcatore della storia del Club.
D’altronde l’impietoso zero alla casella dei goal segnati dopo le prime otto partite da attaccante dell’Arsenal non giocavano certo a favore di Henry, che una volta disse anche “devo re-imparare da zero l’arte del goal”.
Nemmeno i suoi venti goal in oltre cento partite con il Monaco, e tantomeno i miseri tre messi a segno nelle sedici apparizioni con la maglia della Juventus, testimoniavano in favore della teoria di Wenger secondo la quale il ragazzo avrebbe potuto far saltare qualsiasi sistema difensivo avversario.
Henry era velocissimo ma un po’ troppo innamorato del pallone, testardo abbastanza da sfidare continuamente i difensori avversari senza avere abbastanza muscoli per vincere un singolo duello e soprattutto tendeva a voler strafare, a cercare la giocata piú difficile per mettere a tacere le prime critiche che arrivavano strisciando dagli spalti e dai giornali.

Il pomeriggio in cui l’Arsenal affrontava il Southampton avrebbe di fatto cambiato la storia di Thierry Henry, oltre che del Club stesso: Tony Adams serve un pallone rasoterra a Henry, girato spalle alla porta ad una ventina di metri dal portiere avversario, il francese tiene a bada lo stopper avversario e si porta il pallone sul destro prima di far partire un tiro liftato verso il palo piú lontano, cogliendo di sorpresa l’estrmo difensore dei Saints.
BANG! Uno a zero e primo goal di Henry con la maglia dell’Arsenal, esultanza rabbiosa e una sorta di liberazione che lo porterá a segnare 226 goal tra Inghilterra ed Europa, superando cosí sia Cliff Bastin che Ian Wright, i due principali goleador della storia dell’Arsenal prima dell’avvento di Tití.

O Terryboy come lo chiamava i primi giorni il londinese DOC Ray Parlour.


Henry ha segnato in tutti i modi possibili ed immaginabili, su quasi tutti i campi del mondo: un assolo stordente al Bernabeu che ha portato l’Arsenal ad essere il primo Club inglese a vincere nel mitico stadio del Real Madrid, innumerevoli capolavori contro gli acerrimi rivali del Tottenham e del Manchester United e alcune perle regalate ai fedelissimi di Highbury (il colpo di tacco contro il Charlton resterá uno dei piú grandi colpi di genio di Henry).

Difficile prevedere che un’ala mingherlina com’era Henry ai tempi del Monaco potresse un giorno diventare un centravanti immarcabile, capace di vincere quattro volte la Scarpa d’Oro inglese e due volte quella Europea – oltre ad un pálmares a livello di Club e Nazionale che pochi altri giocatori possono vantare.
Terryboy era un ragazzino egoista e magrolino, é diventato un leader ed un esempio – oltre ad un cannoniere capace di tenere botta a qualsiasi corpo a corpo che il peggior stoppe britannico potesse ingaggiare; era un esterno di centrocampo tutto fronzoli e ricami e ha lasciato Londra come il miglior centravanti che la storia della Premier League abbia mai visto; era stato capace di segnare appena 23 goal nelle sue prime 121 partite ed è diventato colui che non scendeva mai sotto i 22 goal per stagione.



Pensare che i quasi 11 milioni di sterline spese per ingaggiare Henry dalla Juventus nell’estate del 1999 sono state giudicate eccessive per un Mr. Nessuno che – velocitá supersonica a parte – non mostrava nessuna qualitá degna dell’investimento.
Undici milioni di sterline per quello che è diventato il miglior giocatore dell’Arsenal di tutti i tempi, undici milioni per il l’alzata e girata al volo che hanno lasciato di sasso Fabien Barthez, undici milioni per lo slalom gigante con cui ha steso gli Spurs a Highbury – coast to coast; undici milioni per il colpo di testa con cui al 93’ ha completato la rimonta sullo United di Rooney e Ronaldo; undici milioni per lo sprint a perdifiato con cui ha seminato Carragher prima d’irridere Hyypia e mettere alla spalle di Dudek in quel di Anfield; undici milioni per stendere l’Inter a San Siro; undici milioni per mettere a tacere i centomila del Bernabéu.

Undici milioni sarebbero stati ben spesi anche per una sola delle emozioni qui sopra, quella vecchia volpe di Wenger le ha avute TUTTE per undici milioni, con in piú due campionati d’Inghilterra, tre F.A. Cup, due Community Shields ed una finale di Champions League.

E ora godetevele anche voi, gratis oltretutto!


lunedì 5 dicembre 2011

Wigan – Arsenal 0-4: Dov’eravamo rimasti?




Tabellino dell’Arsenal dall’inizio del campionato: 14 match giocati, 8 vittorie, 2 pareggi e 4 sconfitte.
Tabellino del vostro blogger da inizio campionato: 4 match visti, 1 vittoria, 1 pareggio, 2 sconfitte.
E che sconfitte! Otto a due dallo United e sberla dagli Spurs a White Hart Lane.

Ergo, sarebbe meglio che il vostro blogger smettesse di guardare le partite di Premier se vogliamo dare alla squadra la speranza di rimontare in classifica.
Per questo il vostro amatissimo continuerá a guardare le partite di Champions dove vanta  un impressionante score di cinque vittorie e due pareggi in sette partite (preliminare compreso) ma probabilmente smetterá di guardare la Premier fino a quando la rotta non si invertirá da sola.

Sto palesemente mentendo, ma almeno avrete con cui prendervela se l’Arsenal perderá.

A quanto letto e visto (solo highlights, ovviamente!) abbiamo largamente dominato la partita, fatta eccezione per i primi dieci minuti durante i quali una folle uscita almuniesca di Szczesny poteva costarci uno svantaggio lampo, ma l’inettitudine di Jordi Gomez da una parte ed il piedone di André Santos dall’altra hanno evitato il peggio.
In seguito una bordata di Mikel Arteta, complice l’indecisione di Al-Habsi tra i pali del Wigan, ha aperto le danze e la zuccata immediatamente successiva di Vermaelen ha virtualmente chiuso i conti con ancora un bel sessanta minuti da giocare.
Incredibile come il belga riesca ad essere piú letale di tanti attaccanti in Premier e dell’Arsenal (vero Gervinho, Arshavin, Chamakh, Park??) oltre ad essere una vera fonte di manovre offensive quando il centrocampo sonnecchia.
Quanto ci sia mancato Verminator durante tutta la stagione passata, oltre all’inizio di questa, sta lentamente diventando evidente , partita dopo partita.

A proposito di Gervinho, finalmente l’ivoriano dalla capigliatura impresentabile è riuscito ad andare in goal – dopo essersi divorato le solite tre/quattro goal settimanali; la vera notizia è peró l’aver custodito immacolata la porta di Sczezsny – un fatto rarissimo: un sentito grazie quindi a Roberto Martinez ed il suo Wigan, incapace di creare il benché minimo problema alla retroguardia dell’Arsenal facendo fare un figurone a Koscielny, Mertesacker e Santos.
L’inconcludente fraseggio a centrocampo dei Latics, oltre ad una linea offensiva piú sterile di Lenny e Carl dopo trent’anni nella centrale nucleare di Springfield, hanno lasciato un pomeriggio di tranquillitá ad una linea difensiva che ha ancora bisogno di monumentali dosi di autostima prima di sentirsi pronta ad affrontare avversari veri.
Non sono catastrofista come la maggior parte dei tabloid inglesi, dei loro esperti di pallone e di tanti tifosi lá fuori, ma é palese che il non aver avuto modo di consolidare un’intesa durante il precampionato non ha certo giovato alla soliditá della terza linea dei Gunners.
Partita dopo partita Mertesacker diventa sempre piú autoritario, Koscielny guadagna potenza e Andrè Santos realizza che c’è vita anche AL DI QUA della metacampo; tutte buone notizie, incoraggianti per quello che sará un periodo decisivo per il futuro dell’Arsenal: le partite contro City e United non sono lontante, intermezzate da qualche trasferta scivolosa come quella a Villa Park e una Coppa d’Africa che ci porterá via Gervinho, Chamakh e forse pure Frimpong.
Arshavin é moribondo, Park forse addirittura peggio di Chamakh  e quindi la rotazione della squadra sará piú complicata del previsto durante l’intenso programma invernale della Premier League; vedremo come Arsène deciderá di gestire le forze – ma saranno comunque momenti complicati.


Chiudo con van Persie, non tanto per l’ennesimo goal messo a segno in questa stagione (sono 14 in totale) e in quest’anno solare (32 in 31 partite di Premier) quanto per il bellissimo gesto con cui ha invitato i tifosi presenti al DW Stadium a tributare un’ovazione a Theo Walcott, autore dell’ennesimo assit vincente.
C’è una cosa che mi ha mandato in sollucchero (da quanto tempo non la sentivate questa, eh?) ed è l’unitá d’intenti che si vede in squadra, la voglia d’aiutare un compagno sia in fase difensiva che in fase offensiva: Walcott era a tu per tu con il portiere, eppure ha fatto la cosa piú saggia servendo van Persie tutto solo sul dischetto del rigore; lo stesso era accaduto a Stamford Bridge tra Gervinho e Captain Vantastic, esattamente come si vedono i due esterni rientrare ad aiutare i terzini o Arteta combattere su tutti i palloni come un Flamini qualsiasi.
Per non parlare del lavoro mastodontico che Song sta facendo da inizio stagione nel fare da collante tra difesa e attacco, sradicare palloni e consegnarli belli puliti al principino Ramsey o agli attaccanti.

Fino a quando tutta questa solidarietá non verrá meno io sono tranquillo e fiducioso, ottimista perché prima o poi quei dannati Spurs scivoleranno su una buccia di banana e lasceranno spazio per il fatidico sorpasso.
Il titolo è irraggiungibile ed mi piace che si continui a ritenerlo fuori portata, vorrei che non fosse mai piú nominato fino alla fine della stagione.

Fari spenti, profilo basso e tanta umilté.

COMMON GUNNERS!

venerdì 2 dicembre 2011

Arsène Wenger e la Maglia Maledetta, il curioso caso del numero 9

Prima che arrivasse la rivoluzione dei numeri di maglia personalizzati, l’ordine con cui il manager distribuiva le magliette era ben preciso e chiaro a tutti: il numero uno era il portiere, se ti davano il 5 saresti stato il duro della difesa mentre il numero 7 folleggiava lungo la corsia di destra e il leggendario 10 guidava qualsiasi manovra della squadra, occupandosi spesso anche di calci d’angolo, punizioni e rigori.
E il numero 9? Be’ quando ti veniva assegnata quella maglia sapevi bene che avresti avuto un pomeriggio agrodolce: tante botte dal numero 5 avversario (con l’agguinta del compare numero 6, se capitava) ma anche la possibilitá di essere al posto giusto nel momento giusto e finalizzare tutto il lavoro dei tuoi compagni spedendo la palla in fondo al sacco – prendendoti cosí pure tutta la luce dei riflettori.

Un lavoro duro, sporco ma che poteva diventare dolcissimo – a patto che i compagni di squadra fossero abbastanza bravi da procurarti qualche occasione da goal.
Certo, c’era il rischio di passare il pomeriggio a rincorrere invano palloni che la difesa voleva solo allontanare dalla propria area ma se eri abbastanza fortunato da trovarti in una squadra decente allora il divertimento era assicurato.
C’erano i numeri 9 alti e grossi, piú fallosi di uno stopper qualsiasi e utilizzati solo per sfondare FISICAMENTE la retroguardia avversaria e c’erano i numeri 9 astuti e scaltri, veloci di piedi e di testa, che fiutavano l’occasione giusta con quell’attimo di anticipo che avrebbe fatto tutta la differenza.


 L’Arsenal ha avuto entrambi i tipi di numeri nove, con alterne fortune, ma da quando Arsène Wenger  si è seduto sulla panchina dei Gunners quella maglia ha esaurito i propri giorni felici.
Impensabile per un manager che ha sempre schierato squadre insensatamente offensive fatte di ali, centravanti, trequartisti e mezzepunte, ma la realtá é che qualsiasi numero 9 da Anelka in poi ha fallito.


Dopo i capricci dell’ Incredible Sulk, volato a Madrid a rovinarsi la carriera, nessuno dei suoi successori ha mai trovato modo di addomesticare quella maglia: ci hanno provato Davor Suker, arrivato nel 1999 con la fama di goleador micidiale e capace di mettere insieme appena 8 goal prima di trasferirsi al West Ham. 


Dopo di lui é stata la volta del promettente Francis Jeffers, arrivato dall’Everton con il pedigree di un potenziale attaccante di livello internazionale e ripartito dopo tre stagioni ed appena 4 goal in 22 partite. Troppo spesso infortunato, sovrastato dal talento di gente come Henry, Bergkamp, Wiltord e Kanu - di Jeffers si ricordano solo i goal divorati e le risse, da buon attaccante inglese vecchio stampo.




Nonostante la scottatura con il giovane Jeffers, Wenger ha in seguito scelto il 20enne Reyes, la Perla de Ubrera che avrebbe dovuto conquistare l’Europa di lí ad una manciata di anni. Per correttezza bisogna dire che Reyes non é mai stato un tipico numero 9, ma anche lui ha contribuito a rendere in qualche modo “maledetta” quella maglia. L’avvio spumeggiante si é infatti presto trasformato in anonimato e in continue lamentele circa la vita a Londra, insostenibile per un andaluso come lui. Esattamente come Anelka, lo spagnolo ha iniziato a puntare i piedi per andarsene ed é riuscito a finire al Real Madrid nonostante uno score di 69 partite giocate e 16 goal segnati.



In quell’operazione di mercato, uno scambio di prestiti, é arrivato il successivo numero 9 dei Gunners: Júlio César Baptista, La Bestia da 187 centimetri e 80 kg di muscoli.
Brasiliano, imponente e travolgente, Baptista aveva tutto per scacciare finalmente gli spettri che infestavano quella maglia ma finí con il durare un solo anno in maglia Arsenal.
Ebbe comunque il tempo di segnare quattro goal ad Anfield, ma a parte le sue magnifiche e troppo frequenti rovesciate non ha lasciato nessun’altro ricordo indelebile nella memoria collettiva dei Gooners.
Quel suo incedere a testa bassa, l’assoluta inettitudine nel dribbling ed un certa propensione all’errore clamoroso sottoporta non l’hanno certo aiutato.


Altro giro, altro regalo: stavolta il prescelto è Eduardo da Silva, brasiliano naturalizzato croato che aveva incantato Wenger quando l’Arsenal incontró la Dinamo Zagabria in Champions League.
 Veloce, un ottimo piede sinistro e letale nei 16 metri finali (34 goal in 32 partite nell’ultima stagione in Croazia), Dudu aveva tutto per sfondare ma si ritrovó steso su una barella al St. Andrew’s Stadium di Birmingham, vittima di uno dei peggiori tackle della storia recente della Premier League.
Caviglia e perone rotti, 12 mesi di riabilitazione e addio sogni di gloria, almeno a Londra; Eduardo passa allo Shakthar nell’estate del 2010, lasciando l’Arsenal con 8 goal in 41 partite e facendo posto all’ultimo (per ora) della lista.


Alzi la mano chi aveva mai sentito parlare di Park Chu-Young, l’attaccante sudcoreano che Wenger ha soffiato sotto il naso del Lille quest’estate: retrocesso con il Monaco (26 goal in 103 partite), Park incarna l’acquisto abituale di Wenger: sconoscito, economico sia per il costo del cartellino che per l’ingaggio, senza una posizione ben definita e “intelligente”.
Impossibile capire quali siano i parametri che Wenger prende in considerazione quando deve ingaggiare un calciatore – tranne i primi due della breve lista qui sopra – ma é ricorrente sentirlo definirli “intelligenti”.
Nelle prime uscite non ha certo impressionato – andando in goal solo in Carling Cup contro il Bolton – e se in piú aggiungiamo che tra meno di due anni dovrá tornare in Corea per svolgere i due anni di servizio militare, ecco che le prospettive di un deciso cambio di reputazione di questa maglia maledetta non sono esattamente delle migliori.

Ci sono Club che ritirano un numero di maglia in onore dei giocatori piú rappresentativi (il 3 di Maldini al Milan, il 10 di Maradona a Napoli) e chi lo fa in onore dei propri tifosi (il  Parma con il 12, riservato al dodicesimo uomo – sulle tribune).
Wenger sia ancora una volta rivoluzionario e ritiri una maglia con una nuova motivazione.

Porta sfiga.

E l’Arsenal di questi tempi ne ha giá abbastanza in casa per andarne a cercare altra.