lunedì 28 novembre 2011

Il mio nome è Alex Song

Da oggetto misterioso a pilastro, da diamante grezzo a gemma splendente, la storia di uno dei tanti sconosciuti che Wenger ha trasformato in calciatore internazionale. "Il Mio Nome è" ripercorre la storia delle tante promesse divenute Gunners grazie alla tenacia, alla lungimiranza e alla testardaggine tipicamente francese di Arsène - perchè  come sappiamo ARSENE KNOWS! 



Alex Song, la metamorfosi di un mediano legnoso in un centrocampista completo





















Quando è arrivato in prestito dal Bastia nell’estate del 2005 in pochi sapevano chi fosse quel 18enne capellone, se non per la parentela con il celebre ed eccentrico – per usare un eufemismo – difensore camerunense Rigobert Song, suo zio.
Questo Bob Marley di Douala, con il suo fisico imponente e quello sguardo non proprio guizzante sembrava sbarcato in Inghilterra quasi per sbaglio – o forse semplicemente in vacanza.
D’altronde cosa aspettarsi da un ragazzo che idolatra Steven Seagal e considera Romeo Deve Morire un grande film?
Il ragazzo sembrava spaesato, probabilmente sentiva la mancanza della famiglia ma l’Arsenal non poteva proprio permettersi di far sbarcare a Londra anche le sue 17 sorelle e i 10 fratelli cosí il nostro Alex doveva arrangiarsi come poteva.


Dopo le prime partite qualcuno sperava proprio che si trattasse davvero di una gita premio e che quel ragazzo lento e dai piedi ruvidi non avesse seriamente firmato per i Gunners un contratto da professionista, ed invece la realtá era proprio quella.
Arrivato prima in prestito dalla squadra corsa, il camerunense dal passo pesante e dai riflessi vagamente fuori sincrono era in qualche modo riuscito a guadagnarsi una riconferma da parte di Wenger e del suo staff.
Come? Mistero.

Nostalgia di Abel Xavier?

Ammetto che all’epoca ero decisamente tra la folta schiera degli scettici, ma bisogna anche dire che all’epoca nulla – ma proprio NULLA – faceva presagire una qualsiasi possibilitá d’evoluzione per Song a livello calcistico: prima di tutto non si sapeva se fosse un laterale di difesa, uno stopper o un centrocampista e le sue prestazioni non cambiavano granchè in una qualsiasi di queste posizioni; gli avversari lo saltavano sempre con molta facilitá, lui li rincorreva invano e se per sbaglio otteneva il pallone spesso si limitava ad appoggiarlo nella maniera piú semplice, pur di non perderlo.
I primi dribbling messi in mostra non erano granché, per non dire piuttosto disastrosi, mentre l’unica sua qualitá di allora – ovvero la sua fisicitá – non veniva sfruttata se non occasionalmente. Nemmeno un momento di solito storico come il primo goal da giocatore dell’Arsenal fu un granchè, pur in una serata da ricordare come il sei a tre rifilato al Liverpool ad Anfield: sugli sviluppi di un corner di Fabregas, il difensore dei Reds Hyypia provó a spazzare ma centró in pieno l’accorrente Alex, che si trovó cosí sul tabellino dei marcatori.




Per inciso, su quel tabellino finirono Julio Baptista (QUATTRO VOLTE), Aliadiére, lo stesso Hyypia e il redivivo Fowler. Tanto per farvi capire che strana serata fosse stata quella di Anfield.

Viste le pochissime – per fortuna, avrebbero detto in tanti – apparizioni di Alex con la maglia dell’Arsenal, Wenger lo spedí per sei mesi al disperato Charlton che lottava per restare in Premier.
Ai piú quello sembrava il primo segno della fine della pur brevissima carriera di Song con la maglia dell’Arsenal, ed invece ecco che il bruttissimo anatroccolo rasta si trasformó d’improvviso in un cigno bello tosto, pronto a bloccare – con le buone o con le cattive – chiunque provasse ad avvicinarsi all’area degli Addicks.
Non fu esattamente un salvatore della patria, visto che il Charlton finí comunque la stagione con la retrocessione, ma si guadagnó nientemeno che il premio di Man Of The Match in una partita in cui il Charlton ne prese quattro dallo United all’Old Trafford.
Migliore in campo in assoluto quando la tua squadra ne ha prese quattro, rendo l’idea? In quello United c’erano Ronaldo, Rooney, Giggs, Scholes – ma il migliore in campo fu Alex Song.

Un piccolo segno che avrebbe dovuto far venire un dubbio ai tifosi e ai critici come me, ma sembró per lo piú la classica partita della vita.


La stagione successiva Song tornó alla base, provó a giocarsi le sue carte tra i titolari dei Gunners ma si trovava spesso con una coppia di otto in mano e non poteva sperare di giocare tante partite; fortunatamente per lui esiste la Carling Cup, che Wenger spesso usa per testare i suoi ragazzini e vedere chi potrebbe essere pronto per giocare coi grandi, e il buon Alex colse pienamente l’occasione e si mise in mostra alla grande, fino alla bruciante eliminazione in semifinale contro il modesto Wigan.
Ricordo esattamente il momento in cui ho capito che Song sarebbe potuto diventare un giocatore interessante: l’Arsenal giocava i quarti di finale di Carling Cup a casa del Blackburn sotto una pioggia battente e nonostante un brillante primo tempo chiuso in vantaggio per 2-1 arrivó l’espulsione di Denilson, poi il pareggio di Santa Cruz e ancora l’espulsione del giovane Randall per doppia ammonizione: la partita sembrava prendere un bruttissima piega, la pioggia torrenziale sembrava favorire il gioco tipicamente inglese dei Rovers ed esattamente in quel frangente il nostro Alex si erse a baluardo insuperabile per gli attaccanti avversari. Ogni pallone rimbalzava sistematicamente sulla montagna camerunense, che si permise anche un’uscita palla al piede da una selva di gambe che solo un folle o un giocatore con due kilimangiaro cosí si sarebbe sognato di tentare; non contento, travolse due avversari prima d’inventare un pallone filtrante che Eduardo trasformó nel goal del definitivo tre a due per i Gunners.

Quell’azione mostrava da sola che Song era un giocatore

1.       Vincente, visto che non spazzó  ma pensó subito ad orchestrare un contropiede pericoloso.
2.       Solido, dal momento che non perse la testa nemmeno sotto gli assalti avversari.
3.       Coraggioso, da 19enne semi-esordiente non ebbe paura di caricarsi la squadra sulle spalle.

L’esame di maturitá venne passato con lode all’Old Trafford, dove il suo volo era cominciato non troppo tempo prima, quando i Gunners affrontarono lo United in una sfida delicata per il campionato.
L’Arsenal perse, ma Song dominó per lunghi tratti il centrocampo e si guadagnó definitivamente la fiducia dei compagni e dei tifosi.
E Wenger? Non c’era bisogno di conquistare la fiducia di Arsène, perchè l’Alsaziano è sempre stato il piú grande tifoso (l’unico, in certi momenti) di Alex Song.
Una volta stabilitosi definitivamente in prima squadra, quando perfino la stampa sportiva cominciava ad apprezzare le doti del camerunense, Wenger disse:

“I brought him here aged 17 and worked very hard with him, we worked hard because I felt he had the talent to become a good player. I know that the opinions are changing about him now.”

“L’ho portato qui quando aveva diciassette anni e ho lavorato duro con lui perché avevo la sensazione che avesse il talento per diventare un buon giocatore. So che ora le opinioni su di lui stanno cambiando”

Ci sono due striscioni che campeggiavano ad Highbury e che ora fanno bella mostra di sé anche all’Emirates, uno dice ARSENE KNOWS e l’altro IN ARSENE WE TRUST.
Non nego di aver messo spesso in discussione sia l’uno che l’altro, soprattutto appena dopo il fischio finale di partite gettate al vento, ma ogni volta che mi fermo a riflettere capisco che in effetti Arsène sa il fatto suo, e che gli si dovrebbe dar fiducia anche quando sembra difficile, tremendamente difficile.


Ora che Song è un giocatore apprezzato in Inghilterra, in Europa e nel mondo è facile tesserne le lodi, ma il camerunense ha ancora un enorme problema da risolvere: il parrucchiere.
Fatto quello, se mai ci riuscirá, allora l’Arsenal avrá in casa il vero erede di Patrick Vieira.






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