02 dicembre 2011

Arsène Wenger e la Maglia Maledetta, il curioso caso del numero 9

Prima che arrivasse la rivoluzione dei numeri di maglia personalizzati, l’ordine con cui il manager distribuiva le magliette era ben preciso e chiaro a tutti: il numero uno era il portiere, se ti davano il 5 saresti stato il duro della difesa mentre il numero 7 folleggiava lungo la corsia di destra e il leggendario 10 guidava qualsiasi manovra della squadra, occupandosi spesso anche di calci d’angolo, punizioni e rigori.
E il numero 9? Be’ quando ti veniva assegnata quella maglia sapevi bene che avresti avuto un pomeriggio agrodolce: tante botte dal numero 5 avversario (con l’agguinta del compare numero 6, se capitava) ma anche la possibilitá di essere al posto giusto nel momento giusto e finalizzare tutto il lavoro dei tuoi compagni spedendo la palla in fondo al sacco – prendendoti cosí pure tutta la luce dei riflettori.

Un lavoro duro, sporco ma che poteva diventare dolcissimo – a patto che i compagni di squadra fossero abbastanza bravi da procurarti qualche occasione da goal.
Certo, c’era il rischio di passare il pomeriggio a rincorrere invano palloni che la difesa voleva solo allontanare dalla propria area ma se eri abbastanza fortunato da trovarti in una squadra decente allora il divertimento era assicurato.
C’erano i numeri 9 alti e grossi, piú fallosi di uno stopper qualsiasi e utilizzati solo per sfondare FISICAMENTE la retroguardia avversaria e c’erano i numeri 9 astuti e scaltri, veloci di piedi e di testa, che fiutavano l’occasione giusta con quell’attimo di anticipo che avrebbe fatto tutta la differenza.


 L’Arsenal ha avuto entrambi i tipi di numeri nove, con alterne fortune, ma da quando Arsène Wenger  si è seduto sulla panchina dei Gunners quella maglia ha esaurito i propri giorni felici.
Impensabile per un manager che ha sempre schierato squadre insensatamente offensive fatte di ali, centravanti, trequartisti e mezzepunte, ma la realtá é che qualsiasi numero 9 da Anelka in poi ha fallito.


Dopo i capricci dell’ Incredible Sulk, volato a Madrid a rovinarsi la carriera, nessuno dei suoi successori ha mai trovato modo di addomesticare quella maglia: ci hanno provato Davor Suker, arrivato nel 1999 con la fama di goleador micidiale e capace di mettere insieme appena 8 goal prima di trasferirsi al West Ham. 


Dopo di lui é stata la volta del promettente Francis Jeffers, arrivato dall’Everton con il pedigree di un potenziale attaccante di livello internazionale e ripartito dopo tre stagioni ed appena 4 goal in 22 partite. Troppo spesso infortunato, sovrastato dal talento di gente come Henry, Bergkamp, Wiltord e Kanu - di Jeffers si ricordano solo i goal divorati e le risse, da buon attaccante inglese vecchio stampo.




Nonostante la scottatura con il giovane Jeffers, Wenger ha in seguito scelto il 20enne Reyes, la Perla de Ubrera che avrebbe dovuto conquistare l’Europa di lí ad una manciata di anni. Per correttezza bisogna dire che Reyes non é mai stato un tipico numero 9, ma anche lui ha contribuito a rendere in qualche modo “maledetta” quella maglia. L’avvio spumeggiante si é infatti presto trasformato in anonimato e in continue lamentele circa la vita a Londra, insostenibile per un andaluso come lui. Esattamente come Anelka, lo spagnolo ha iniziato a puntare i piedi per andarsene ed é riuscito a finire al Real Madrid nonostante uno score di 69 partite giocate e 16 goal segnati.



In quell’operazione di mercato, uno scambio di prestiti, é arrivato il successivo numero 9 dei Gunners: Júlio César Baptista, La Bestia da 187 centimetri e 80 kg di muscoli.
Brasiliano, imponente e travolgente, Baptista aveva tutto per scacciare finalmente gli spettri che infestavano quella maglia ma finí con il durare un solo anno in maglia Arsenal.
Ebbe comunque il tempo di segnare quattro goal ad Anfield, ma a parte le sue magnifiche e troppo frequenti rovesciate non ha lasciato nessun’altro ricordo indelebile nella memoria collettiva dei Gooners.
Quel suo incedere a testa bassa, l’assoluta inettitudine nel dribbling ed un certa propensione all’errore clamoroso sottoporta non l’hanno certo aiutato.


Altro giro, altro regalo: stavolta il prescelto è Eduardo da Silva, brasiliano naturalizzato croato che aveva incantato Wenger quando l’Arsenal incontró la Dinamo Zagabria in Champions League.
 Veloce, un ottimo piede sinistro e letale nei 16 metri finali (34 goal in 32 partite nell’ultima stagione in Croazia), Dudu aveva tutto per sfondare ma si ritrovó steso su una barella al St. Andrew’s Stadium di Birmingham, vittima di uno dei peggiori tackle della storia recente della Premier League.
Caviglia e perone rotti, 12 mesi di riabilitazione e addio sogni di gloria, almeno a Londra; Eduardo passa allo Shakthar nell’estate del 2010, lasciando l’Arsenal con 8 goal in 41 partite e facendo posto all’ultimo (per ora) della lista.


Alzi la mano chi aveva mai sentito parlare di Park Chu-Young, l’attaccante sudcoreano che Wenger ha soffiato sotto il naso del Lille quest’estate: retrocesso con il Monaco (26 goal in 103 partite), Park incarna l’acquisto abituale di Wenger: sconoscito, economico sia per il costo del cartellino che per l’ingaggio, senza una posizione ben definita e “intelligente”.
Impossibile capire quali siano i parametri che Wenger prende in considerazione quando deve ingaggiare un calciatore – tranne i primi due della breve lista qui sopra – ma é ricorrente sentirlo definirli “intelligenti”.
Nelle prime uscite non ha certo impressionato – andando in goal solo in Carling Cup contro il Bolton – e se in piú aggiungiamo che tra meno di due anni dovrá tornare in Corea per svolgere i due anni di servizio militare, ecco che le prospettive di un deciso cambio di reputazione di questa maglia maledetta non sono esattamente delle migliori.

Ci sono Club che ritirano un numero di maglia in onore dei giocatori piú rappresentativi (il 3 di Maldini al Milan, il 10 di Maradona a Napoli) e chi lo fa in onore dei propri tifosi (il  Parma con il 12, riservato al dodicesimo uomo – sulle tribune).
Wenger sia ancora una volta rivoluzionario e ritiri una maglia con una nuova motivazione.

Porta sfiga.

E l’Arsenal di questi tempi ne ha giá abbastanza in casa per andarne a cercare altra.

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