08 febbraio 2012

Il mio nome è: Patrick Vieira


Da oggetto misterioso a pilastro, da diamante grezzo a gemma splendente, la storia di uno dei tanti sconosciuti che Wenger ha trasformato in calciatore internazionale. "Il Mio Nome è" ripercorre la storia delle tante promesse divenute Gunners grazie alla tenacia, alla lungimiranza e alla testardaggine tipicamente francese di Arsène - perchè come sappiamo ARSENE KNOWS! 

Chi lo ferma uno cosi?


Alto era alto, ma assomigliava più ad un lampione di una stradina di campagna che ad un colosso: magro, camminata dinoccolata, gambe chilometriche da fare invidia alle sorelle Kessler e quelle spalle tremendamente piccole se confrontate al resto del corpo.
Patrick Vieira è sbarcato così dal volo che lo ha strappato alla nebbia milanese per portarlo nel bel mezzo della pioggia londinese, lui abituato al sole di Dakar e al caldo del suo Senegal natale oppure alle spiagge di Cannes e il loro clima sempre cinematograficamente perfetto.
Era l'alba della rivoluzione alsaziana all'Arsenal, Arsène Wenger aveva appena ingaggiato lo sconosciuto Remi Garde e tanti tifosi - non ancora ripresisi dallo shock dell' "ARSÈNE WHO?" dell'Evening Standard - già storcevano il naso davanti agli occhialoni di quel manager francese, che fino a qui aveva acquistato il già citato Garde e fatto tornare John Lukic (uno degli eroi di Anfield '89) da Elland Road, prima di spendere quasi quattro milioni di pounds per questo lungagnone francese, uno dei talenti più promettenti del panorama europeo ma del tutto nuovo al calcio inglese e in generale europeo - avendo giocato appena tre partite con la maglia del Milan.

Vieira prima della cura Arsenal
L'entusiasmo non era proprio di casa ad Highbury quando Vieira ha messo piede in campo per la prima volta, subentrando durante un sonoro 4-1 ai danni dello Sheffield Wednesday, ma la sua figura è diventata via via sempre più familiare agli occhi degli spettatori, diventando presto uno dei perni della squadra.
L'impressione era quella di vedere un calciatore fenomenale intrappolato in un corpo di una taglia troppo grande, fortunatamente con l'aiuto del sarto Weger e dei suoi orli su misura, le lunghe leve di Vieira si sono trasformate da impicci a punto di forza, permettendogli di raggiungere qualsiasi pallone come una piovra ed attraversare il terreno da costa a costa in un batter d'occhio, potendo essere così efficace in difesa e pericolosissimo in attacco.
La prima stagione si chiude con ben 38 presenze all'attivo e pure due gol - non esattamente il pane quotidiano di Vieira - ma soprattutto un posto fisso al fianco del connazionale Manu Petit in mezzo al campo e la convocazione in Nazionale per il trionfale Mondiale '98, concluso con l'assist per il gol dell'apoteosi contro il Brasile nella finalissima.
Proprio ad Emmanuel Petit, per giunta, con il Sun che il giorno dopo titolò "l'Arsenal campione del Mondo!"

Un inizio folgorante quindi, che avrà fatto mangiare le mani a più di una persona in quel di Milano, ma anche un caratterino niente male che gli costerà nove espulsioni durante la sua carriera all'Arsenal, compresi due cartellini rossi consecutivi durante le prime due partite della stagione 2000/2001.
Proprio quel suo spirito da combattente, tuttavia, gli è valso lo status di cult hero ad Highbury e l'amore incondizionato della parte giusta del nord di Londra; gli scontri epici con un altro agnellino come Roy Keane sono leggenda oltremanica, riassunto perfetto di tutto quello che un autentico tifoso inglese vuole vedere: due energumeni che si fanno i dispetti come bambini pretendendo di difendere l'onore di due Club, senza però andare a chiamare la mamma nel caso la lite diventi troppo fisica.
Carezze tra amici di lunga data
Niente piagnucolii, niente capricci ma calcioni belli e buoni - forti ma non sleali (anche se per quelli di Keane non ci metterò mai la mano sul fuoco!); la differenza tra i due energumeni, tuttavia, stava nel fatto che il più alto dei due aveva anche due piedi molto educati - a differenza del teppista irlandese - e che nemmeno le scarpate potevano arginare il suo talento.
Se vogliamo, Patrick Vieira era quella parte combattiva dell'anima dell'Arsenal che rispondeva alle scorrettezze altrui senza farsi abbattere, impedendo al talento di venire soffocato dai bulli del cortile che non avevano altra arma per arginarne la bellezza e le vittorie.
Un'eredità che nessuno per ora ha saputo raccogliere se non Flamini - purtroppo brevemente - ma che presto potrebbe trovare in Alex Song il nuovo alfiere tanto desiderato.
Quando Mr. Arsenal  Tony Adams ha deciso di appendere le scarpette al chiodo, c'era un solo giocatore a cui consegnare la fascia di capitano e questi non poteva essere che Big Pat, ormai leader indiscusso del centrocampo dell'Arsenal e uno dei migliori centrocampisti del panorama mondiale; non gli mancavano nè il coraggio nè il carisma, con le 276 partite da Gunners già in bacheca era pronto a diventare il comandante di quella truppa che sarebbe presto entrata nelle leggenda con le 49 partite senza sconfitte tra il 2004 ed il 2005.

Quelle spalle tanto strette da sembrare rubate al corpo di qualcun'altro sono negli anni diventate così larghe da contenere 407 partite da Gunner, tre titoli di campione d'Inghilterra, quattro FA Cup, quattro Community Shield, un Mondiale ed un Europeo.
Sono soprattutto servite a proteggere un giovincello alle prime armi che smaniava per prendersi il centro del palcoscenico ma rischiava di vedere il suo volo spezzato da media e critici; quello sbarbatello che poi diventerà Cesc Fàbregas e che lo rimpiazzerà nel cuore della formazione dell'Arsenal, unico in grado di riempire l'enorme vuoto tecnico lasciato dalla partenza di Patrick Vieira in direzione di Torino, sponda Juventus.

A chi gli chiedeva come avrebbe rimpiazzato Vieira, Wenger rispondeva che non esisteva modo di sostituirilo "because there is no other Vieira", non esiste un altro Vieira.

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