martedì 23 aprile 2013

Caro Arsène, forse non dovrei ma domenica fischierò Robin van Persie

Caro Arsène, avrei voglia di raccogliere il tuo invito a rispettare Robin van Persie quando – salvo infortuni diplomatici come quelli che colpirono Ashley Cole in svariate occasioni – calcherà il prato dell’Emirates Stadium con addosso per la prima volta una maglia diversa da quella dell’Arsenal.
Vorrei essere capace di essere molto più dimplomatico ma so già che non appena lo vedrò spuntare dal tunnel non saprò reprimere l’amarezza per una vicenda che sarebbe dovuta andare in maniera diversa.


Non ho mai provato rancore verso un giocatore dell’Arsenal che abbia deciso di cambiare maglia, non l’ho fatto quando Ashley Cole ha incontrato in segreto gli emissari del Chelsea e nemmeno quando i vari Sol Campbell, Mathieu Flamini, Aleksandr Hleb, Cesc Fàbregas e Samir Nasri hanno forzato la mano per potersi trasferire in Club più prestigiosi (a loro dire) per ragioni che NIENTE aveano a che fare con contratti più ricchi, convinto che sarebbero tutti finiti dimenticati in panchina e avrebbero amaramente rimpianto la scelta fatta, come puntualmente poi avvenuto – per quanto alcuni non vogliano ammetterlo.

In questo caso, il boccone è stato troppo difficile da mandare giù.

Non è tanto il finale della vicenda che mi ha lasciato perplesso, è stato piuttosto il modo con il quale Robin van Persie ha deciso di mettere un termine alla sua carriera da Gunner: ha scelto la via peggiore, più crudele e cinica per costringere il Club a cederlo al Manchester United, i rivali di sempre.
Avrebbe fatto peggio solo firmando per il Tottenham, esclusi gli Spurs ha scelto davvero il Club ideale per farsi detestare in maniera irreparabile.
Ingenuamente, credevo che l’olandese avesse un altro spessore morale rispetto ai compagni che hanno deciso in passato di abbandonare la nave e pensavo sinceramente che per lui la parola riconoscenza avesse ancora un significato.
Attenzione Arsène, non ho deciso di riporre la mia fiducia in Robin van Persie acriticamente ma l’ho fatto in seguito a dichiarazioni, comportamenti e azioni ben precise di cui l’olandese si è reso protagonista negli anni – tanto a mezzo stampa quanto in pubblico.
Ogni volta che non rispondeva alle domande sul suo futuro, preferendo glissare e dichiarando che non avrebbe preso decisioni fino alla fine del campionato per non creare tensioni nello spogliatoio e restare concentrato sulla qualificazione alla Champions League, io ci credevo; ogni volta che dichiarava il suo amore per il Club, io ci credevo; ogni volta che ripeteva di considerare l’Arsenal come la sua priorità, io ci credevo.

Eppure, come da lui stesso dichiarato, aveva già deciso di firmare per il Manchester United in Gennaio.
Con estrema naturalezza, ha confermato pubblicamente che una volta ricevuta la proposta da parte degli emissari di Sir Alex Ferguson non si è nemmeno dovuto fermare a riflettere perché “il bambino dentro di me gridava Manchester United! Manchester United! Manchester United!”.

È questo che rende impossibile digerire la sua partenza.

Mentre davanti ai microfoni ripeteva che non avrebbe preso nessuna decisione sul suo futuro prima della fine della stagione, aveva già un contratto in mano; mentre declinava garbatamente le offerte di Ivan Gazidis e Arsène Wenger dicendo che era più responsabile concentrarsi sul finale di campionato, era già un giocatore del Manchester United.
Dopo otto lunghi anni durante i quali Arsène Wenger e il Club sono stati al suo fianco anche nei momenti più difficili, andarsene nella maniera in cui ha fatto Robin van Persie è un affronto verso coloro i quali lo hanno trasformato da teppista a calciatore di livello mondiale, nonostante in tanti avessero gettato la spugna per il caratteraccio e il fisico fragile dell’olandese.

Con quel cinico comunicato pubblicato sul suo sito internet, Robin van Persie ha morso la mano che gli ha permesso di recuperare una carriera che è apparsa finita diverse volte, fin dagli inizi.
L’Arsenal, i tifosi e specialmente Arsène Wenger erano al suo fianco durante il periodo più buio, quello del processo per stupro; c’eravamo tutti ogni volta che la caviglia, il piede, il ginocchio, un muscolo cedevano e lo costringevano in infermeria per settimane o mesi; eravamo tutti lì a difenderlo quando qualche editorialista lo dava per finito e si chiedeva perché Arsène Wenger insistesse tanto con quel rottame di olandese,sempre in infermeria.
Quando agli inizi era detestato da tutti all’interno dello spogliatoio per il suo egoismo e le sue bizze, Arsène Wenger è riuscito a convincere i suoi scudieri Thierry Henry e Dennis Bergkamp a prendere sotto la propria ala quel ragazzino difficile per inculcargli i valori che da anni l’Arsenal va professando.
Chiunque altro –Sir Alex Ferguson per primo – lo avrebbe rispedito a casa a calci come fatto da van Maarwijk mentre Arsène Wenger ha scommesso proprio su di lui per raccogliere l’eredità di Thierry Henry.
L’Arsenal, in ogni sua componente, ha dato otto anni di sostegno incondizionato ad un ragazzo che in cambio ha regalato una stagione e mezza di pura fantascienza per poi saltare su un altro carro non appena è arrivata l’occasione.
In pochi minuti – quelli che a quanto dice gli sono serviti per decidere – ha cancellato otto anni di vita passata a Islington, con tutti i suoi momenti positivi e quelli negativi.

Sono contento che a lui sia servito così poco tempo, a me ne servirà molto di più.

Quindi, caro Arsène, mi scuso in anticipo perché non saprò seguire il tuo invito e sceglierò invece di fischiare un giocatore cui ho dato tutto il sostegno possibile e che in cambio mi ha pugnalato alle spalle.
Nonostante l’amarezza, la rabbia e la delusione, tuttavia, non cadrò mai nella becera barbarie di cui si sono resi protagonisti i tifosi avversari – soprattutto quelli del Manchester United – ogni volta che Robin van Persie guidava l’Arsenal lontano dall’Emirates Stadium e non canterò (come nessun’altro Gooner, mi auguro) quell’odioso ritornello che recita “She said no, Robin, she said no”.

In quei pochi minuti che gli sono serviti per decidere di passare al Manchester United, forse Robin van Persie non ha avuto il tempo di pensare alle bassezze di cui i suoi nuovi tifosi sono stati capaci nei suoi confronti.

COMMON ARSENAL!!!

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