giovedì 16 aprile 2015

Panchina e futuro incerto, che succede a Wojciech Szczesny?


Sabato ritroverà finalmente il campo, ad esattamente trentanove giorni dall’ultima apparizione con la nostra maglia; da quella grande sfida contro il Manchester United in poi, solo panchina ed un infortunio per colui che pareva destinato ad essere il nostro numero uno per la prossima decade.

Cos’è successo a Wojciech Szczesny?

Il purtroppo famoso episodio del St. Mary’s Stadium non può essere il fattore determinante nella scelta di Arsène Wenger di confinare il polacco al ruolo di riserva, perchè ad altri (leggi Jack Wilshere) qualcosa di simile è stato perdonato più di una volta; temo invece che la prestazione di quel giorno, molto più che il gesto da adolescente ribelle negli spogliatoi, abbia definitivamente spinto il manager a riporre la propria fiducia nel più mite David Ospina.
Sono stato tra i primi a pensare che la panchina subito dopo la sconfitta a casa del Southampton fosse una punizione temporanea più che una scelta definitiva, poi però le prestazioni sempre più convincenti del colombiano mi hanno fatto sorgere il dubbio: può essere che Arsène Wenger non creda più nelle evidenti qualità di Wojciech Szczesny?

Non ho paura di ripeterlo per l’ennesima volta, gli esordi di Wojciech Szczesny mi hanno ricordato in tutto e per tutto quelli di Gigi Buffon: stessa esplosività, stessa incoscienza e soprattutto identica propensione alla parata impossibile.
“Quando sei sicuro che sia gol, con Wojciech in porta non è ancora gol”, ha detto di lui l’allora manager del Brentford che lo ha avuto a disposizione per una stagione – e non potrei essere più d’accordo.
Stiamo parlando di un portiere che la stagione scorsa ha vinto il Golden Glove in coabitazione con Petr Cech, mettendo insieme sedici clean-sheets in trentasette partite di campionato; stiamo parlando di un ragazzo che ha debuttato contro il Manchester United ad Old Trafford in Premier League e contro il Barcellona all’Emirates Stadium in Champions League, brillando in entrambe le occasioni per riflessi e velocità.
Possibile che uno così si perda per strada?

Forse il problema non è nelle sue qualità tecniche e atletiche ma è da ricercarsi altrove, nella testa: qui sta la grossa differenza con Gianluigi Buffon.
Il portiere di Parma e Juventus è certamente stato aiutato da qualità innate di rara eccezionalità, però a fare la differenza nella lunga e vincente carriera sono state la determinazione messa in ogni allenamento e ogni partita, per diventare il migliore al mondo e restarlo per così tanti anni.
Anche Gianluigi Buffon è un estroverso e non è certo immune da errori, però l’approccio al professionalismo è completamente opposto da quanto mostrato fino a qui da Wojciech Szczesny; dopo ogni errore è sempre il primo a metterci la faccia, assumendosi tutte le proprie responsabilità – cosa che invece il polacco fatica a fare.
Se sono simili nel puntare esplicitamente il dito contro questo o quel compagno che non ha offerto la prestazione adeguata, sono diametralmente opposti nella percezione che questo atteggiamento genera: Gianluigi Buffon è un campione, uno che può decidere una partita con un intervento e che offre un aiuto tangibile alla squadra; Wojciech Szczesny invece è un portiere che vorrebbe essere un campione, cui piacerebbe cambiare le sorti della partita e che desidererebbe offrire un aiuto costante e tangibile alla squadra.
Se ad accompagnare il tuo nome ci sono così tanti condizionali, è impossibile che un compagno di squadra possa prendere bene una tua critica; al contrario, se dimostri la tua eccellenza e ti assumi la piena responsabilità dei tuoi errori, allora diventi un leader ascoltato dallo spogliatoio.

In quest’ottica, la scelta di Arsène Wenger di puntare su David Ospina assume un senso diverso.
Il colombiano è una presenza tranquilla in area e, nonostante un certo gusto per la parata fotogenica, è molto meno avventuroso del polacco; basta osservare il comportamento dei due quando si trovano la palla tra i piedi: David Ospina appoggia di prima ad un difensore o calcia lungo, Wojciech Szczesny esita, a volte sembra aspettare l’avversario per eluderne il pressing o azzardare addirittura il dribbling.

Era evidente fin dall’inizio che il colombiano non era stato acquistato per fare il Lukasz Fabianski di turno ma per costringere Wojciech Szczesny ad un’autentica battaglia per la maglia da titolare; forse il polacco non ha capito immediatamente l’antifona e si è fidato troppo – ancora una volta – delle proprie qualità, fatto sta che ora deve accettare di essere la riserva di David Ospina.

Spetta a lui adesso decidere se adattarsi alla situazione – sempre temporanea per i portieri che lavorano con Arsène Wenger – abbassare la testa e lavorare per diventare il portiere che potrebbe essere, oppure cambiare aria, nascondendersi dietro un diritto divino di giocare titolare in virtù di qualità impareggiabili. Destinandosi però ad una carriera mediocre e ad una realtà fatta di rimpianti per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.

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