venerdì 11 settembre 2015

Quella volta che Thierry Henry...


Correva l'anno 1999, era estate, un'estate in cui non mancò il classico tormentone del calciomercato, un tormentone che allora portò il nome di Nicolas Anelka.
Ricordo ancora i quotidiani sportivi italiani (e non solo, ovviamente...), allora come oggi, intenti a diffondere notizie più o meno fantasiose, ma con un unico comun denominatore: Anelka!

Si, sempre lui! Wenger era disperato, e pure noi, ma la corte serratissima, fatta a suon di miliardi -allora non erano milioni- dalla Lazio di Cragnotti e dal Real dell'ingordo Florentino Pèrez si trascinò fino allo sfinimento, con il fratello procuratore dell'ingrato Nicolas a scatenare un'asta degna dell'attuale Mino Raiola, e forse anche di più! A conti fatti, però, il nostro manager sarà l'unico a fare un vero affare.....Certo, anche il conto in banca del clan Anelka non è che si sia lamentato, ma vuoi mettere l'incasso pari ad attuali 35,00 mln di Euro? E poi vuoi mettere che, mentre a Madrid Anelka recitava il ruolo del bidone manco fosse Morgan Freeman, ad Highbury arrivava un bidone pronto a scrivere la storia del Club a caratteri cubitali? E poi vuoi mettere che, trattandosi di bidone, per prenderlo bastò staccare un assegno di attuali 16,10 mln di Euro?
Ma si, ci siamo capiti, e poi l'ho pure scritto nel titolo! Quell'estate sbarcava a Londra Sua Maestà Thierry Henry: l'asso nella manica di Wenger...e che asso! Sapete che vi dico? Andiamo a ripercorrere la prima fase di Henry con il cannoncino sul petto; lo faccio per chi allora era troppo piccolo, per chi non era nemmeno nato, e per chi era presentissimo ma non versa una lacrimuccia da un bel po'!

Soprattutto, lo faccio tramite le parole dello stesso Tití, che è meglio...

"Mi volevano cedere all'Udinese per arrivare ad Amoroso, ma io mi opposi perchè ritenevo tutto ciò una mancanza di fiducia".

Inizia così la fine dell'esperienza di Henry alla Juventus. Incomprensioni tattiche, e soprattutto la rottura con Moggi, fino alle lacrime per un flop che non è proprio così, ma che come tale venne dipinto dalla stampa internazionale. Henry sbarca in Inghilterra per riabbracciare colui che, qualche anno prima, lo aveva fatto esordire con la maglia del Principato:

"Wenger è una persona straordinaria, trasmette una serenità ed una tranquillità incredibili, e poi ogni sua parola è piena di saggezza. Non dimenticherò mai che mi ha fatto esordire quando avevo solo 17 anni (il 31 agosto 1994 contro il Nizza). Chissà, senza quella gara magari non avrei giocato i mondiali del 1998."

 L'impatto con il calcio inglese, però, non è cosa semplice, anche perchè il francese viene visto con occhi sospetti per via della sua precedente esperienza italiana.

 "Ancelotti non voleva cedermi, nè lasciarmi andare in prestito.” – racconta Thierry Henry – “ I dirigenti, invece, la pensavano in un'altra maniera. I giocatori sono stati grandi, quando sono partito mi hanno chiamato tutti, pure Ancelotti". 

Arsène Wenger, da parte sua, descriverà così il suo pupillo:
"E’ rimasto un bambino, spontaneo, spesso ho l’impressione di vedere il Thierry Henry di sei anni fa. Gli ho cambiato la posizione in campo, perchè giocando sulla fascia segnava poco. Siccome ha le qualità dell’attaccante moderno, ho pensato fosse utile farlo giocare come punta, come lo faceva nelle giovanili. All’inizio non era convinto, poi ha accettato, ha capito che per lui era la grande occasione, quella di fare un passo avanti. Ora penso che sia diventato addirittura troppo attaccante, nel senso che è molto più egoista di prima, ma va bene così."

Wenger sa bene come "modellare" un talento, e così, trasforma un bidone in un killer d'area, spietato ma anche dannatamente bello a vedersi.
Anche la stampa britannica comincia ad apprezzarlo, e non solo per le sue qualità tecniche:

 "Thierry ha subito imparato la lingua, ma lo amano soprattutto perché non si è mai lamentato del gioco violento o della pioggia incessante. Può sembrare una cosa da poco, invece è molto importante per i tifosi a queste latitudini."

E l'impatto? Lasciamo che sia Henry a raccontarcelo:

"Quando sono arrivato in Inghilterra non avvertivo nessun tipo di cambiamento, dal punto di vista calcistico. Mi allenavo e basta, poi le sedute sono quasi simili, almeno nei grandi club, c'era poca differenza fra Juventus e Arsenal, anche se avevo le gambe pesanti, a Torino avevano esagerato con la preparazione fisica. Poi, è iniziato il campionato. Nella prima giornata abbiamo giocato contro il Leicester, e appena iniziata la gara, mi sono accorto come il pubblico sia straordinario. Me ne avevano parlato, ma non potevo immaginare una cosa del genere. Il mio ingresso in campo è stato accolto da una vera e propria ovazione. Un'emozione unica, soprattutto per uno come me, che aveva giocato a Montecarlo con lo stadio quasi deserto. Ci hanno sostenuto per 90 minuti, anche quando eravamo in svantaggio, francamente senza di loro non credo che avremmo potuto rimontare. Questa è una grande differenza fra il calcio inglese e quello italiano. Lì c'è un grande incoraggiamento, un grande pubblico solo se la squadra vince, mi ricordo che, nel mio breve periodo in Italia, l'Inter era in difficoltà, ed i tifosi non l'hanno certo trattata con i guanti. Qui, nulla del genere può accadere, in Inghilterra rispettano moltissimo i loro giocatori, non si sognerebbero mai di minacciarli. Anzi, più le cose vanno male, più la gente ti incoraggia, mentre a Torino, con Lippi, ci fischiavano persino agli allenamenti."

"In Inghilterra, quando sbagli un passaggio, un tiro, il pubblico applaude, canta il tuo nome, e in quel momento ti viene la voglia di lottare solo per loro, per ripagarli. In Italia, se sbagli un tiro, ti fischiano. Ci sono dei giocatori con le spalle grosse, tipo Batistuta e Bierhoff, che riescono a superare ogni tipo di ostacolo, ma non tutti sono fatti allo stesso modo."

"In Inghilterra, i primi venti minuti di ogni gara sono tremendi, e non importa il nome dell’avversario, si corre a 200 all’ora, tutti fanno falli su tutti, e l’arbitro lascia sempre giocare. All’inizio, dopo un contatto del genere, mi fermavo convinto che l’arbitro fischiasse. Invece, faceva segno di continuare. Mi sono adattato, pian piano."

"La prima partita è stata durissima, contro il Leicester incassavo di quelle botte, pazzesco! Ogni volta che avevo la palla mi facevano volare, e mi chiedevo dove sarei atterrato! Da parte mia, andavo a fare dei falli inutili solo per vendicarmi. Sulle palle alte mi dovevo proteggere con i gomiti, altrimenti ero un uomo morto. Spesso vedo dei giocatori che mettono la testa dove io non metterei neanche il piede. A volte mi sorprendo nel fare dei falli cattivi, e mi aspetto una reazione da parte dell’avversario, invece niente, si alza come se niente fosse accaduto. Spesso sembra una gara fra bulli di periferia, loro adorano tutto questo, se ci sono tre falli in un secondo di gioco, per loro è il massimo. Paradossalmente, è un atmosfera che ci trascina. In Italia o in Spagna un fallo del genere lo vedi una volta all'anno, qui ci sono ogni santo giorno. Loro però la chiamano generosità, con un fallo cattivo vogliono dimostrare di essere, come dire, "presenti". L’arbitro, ogni tanto, fa vedere un cartellino giallo, mentre in qualsiasi altro paese espellerebbe il giocatore. La cosa strana è che in allenamento accade la stessa cosa. Nei miei primi giorni, Keown mi massacrava, pensavo che ce l'avesse con me, poi ho capito che per loro ogni palla vale una lotta, senza differenze fra partite e allenamenti."

"Wenger mi ha chiesto di fare l’attaccante, avevo come concorrenti gente come Bergkamp, Kanu, Suker, per non dire che tutti mi ricordavano che avevo preso il posto di Anelka passato al Real. Volevo dimostrare quello che sapevo fare, mi mettevo a dribblare tutti, poi, arrivato davanti alla porta, ero cotto, non concludevo nulla. Ad un certo punto, volevo andare da Wenger e dirgli di rimettermi sulla fascia. Poi, mi sono detto che dovevo reagire, che non potevo fallire una seconda volta, a soli pochi mesi dall’esperienza, negativa a Torino."

"Quando le cose andavano maluccio, mi sono messo a riflettere, e per prima cosa ho deciso di non stare più ad ascoltare tutti, dovevo essere meno ingenuo, meno influenzabile. Poi, è arrivata la gara dell'Under 21, a Taranto, contro l'Italia, ho giocato come punta, ho segnato, e in quel momento ho ritrovato delle emozioni, delle sensazioni che non vivevo da tempo. Abbiamo perso quella gara, eravamo in dieci, ma per me è stata importantissima. Il secondo episodio determinante è stata la doppietta contro il Derby County, solo pochi giorni dopo il gol di Taranto. La mia prima doppietta in Inghilterra! Dal giorno seguente, ho notato un cambiamento nei compagni; se prima mi dicevano "In bocca al lupo", dopo mi sembrò che questo augurio si fosse trasformato in una specie di "abbiamo bisogno dei tuoi gol", una specie di clic"

"In Italia non mi divertivo per niente, avevo l'impressione di aver perso la voglia di giocare. Sono andato via anche per questo, e non mi sembra poco. Comunque, non mi dispiacerebbe se la Juventus si mordesse le mani per avermi ceduto."

Si, alla Juventus se ne sono pentiti, e noi siamo grati a Moggi per averti scaricato, ed a Florentino Pèrez per averci fornito un sostanzioso assegno!

Pietro La Barbera

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