mercoledì 11 novembre 2015

Arsène Wenger, l’umanista


Intervistato dalla rivista Sport&Style de l’Équipe, Arsène Wenger si è confidato come raramente gli capita di fare; tra la paura del passato, l’angoscia del futuro e le varie definizioni che cercano d’inquadrarlo, il manager dell’Arsenal ha aperto una porta che spesso rimane ben chiusa.

Ecco l’intervista completa, tradotta per voi:


Arsène, se le dico 6'945 alla data del 9 Ottobre, cosa le suggerisce ?
Nulla.
 
Sono esttamente 6’945 giorni che lei è allenatore dell’Arsenal. Tanti quanti quelli di tutti gli altri diciannove allenatori di Premier League.
Davero? E quanto fa, in secondi, lei che è tanto bravo in matematica? (ride)

Facile : 6 945 x 24 x 3 600 !
Per me, questo non rappresenta altro che il fatto di praticare un mestiere rivolto esclusivamente al futuro. Verso l’indomani. Vivo sempre nel futuro. È pianificato. Denso. Ho un rapporto particolarmente angoscioso con il tempo, infatti. È una lotta continua. Di conseguenza, ignoro completamente quel ciò che appartiene al passato.
 
In che modo il minuto che sta per arrivare è portatore di angoscia?
Ho sempre paura di essere in ritardo. Di non essere pronto. Di non poter riuscire a fare tutto ciò che ho pianificato. Il mio rapporto con il tempo è angoscioso, a pieno titolo. Tornare indietro nel tempo e pensare a tutto ciò che è accaduto è altrettanto vertiginoso. Innanzitutto spaventa, perchè ciò che resta da vivere è inferiore a quanto già vissuto...il solo modo per lottare contro il tempo è di non guardare troppo dietro di sé. Se ci fermiamo a contemplarcisi, è angosciante e a volte fonte di rimorsi.
      
Lei utilizza la parola angoscia sia per evocare il domani, sia per il passato…
Il solo momento di felicità possibile, è il presente. Il passato porta rimpianti. E il futuro delle incertezze. L’Uomo lo ha capito in fretta e ha creato la religione, che gli perdona ciò che ha fatto in passato e gli dice di non preoccuparsi per il futuro, perchè andrà in Paradiso. Ciò vuol dire godi del presente. L’Uomo si è auto psicanalizzato molto presto, attraverso la fede.
 
La sua lucidità nell’analizzare la reazione tra uomo è religione è molto distante dalla sua posizione in merito, quando era adolescente. Allora, lei leggeva il Messiale per aiutare la sua squadra a vincere...
Purtroppo, oggi non funziona più così bene! D’altro canto, significa anche che fortunatamente la mia squadra non ha per forza bisogno di Dio per vincere.

Parlando della sua relazione con il presente, nel momento della partita, il manager si sente investito di un potere mistico ? Lei è il creatore della squadra, del suo stile di gioco, della sua strategia.
A livello religioso, si dice che Dio ha creato l’uomo. Io non sono che un vettore. Permetto agli altri di esprimere ciò che sono. Non ho creato nulla. Sono un facilitatore di ciò che di bello c’è nell’uomo. Mi definisco un ottimista. La mia lotta continua in questo mestiere è tirare fuori ciò che c’è di bello nell’uomo. Da questo punto di vista, mi si può dipingere come un ingenuo. Al tempo stesso, ciò mi permette di continuare a crederci e spesso ho avuto ragione io.
 
Non sempre...
A volte, non riesco a generare ciò che di bello un uomo ha in lui. Mi offre la possibilità d’analizzare dove ho sbagliato.

Lei dice di essere dipinto come un ingenuo. Non preferirebbe essere definito un idealista ?
Qualcuno ha detto: “c’è un solo modo di vivere con l’idea della morte, è di provare a  trasformare il presente in arte”. Riassume tutto quanto detto fino a qui.

L’arte non è sempre fonte di bellezza universale. Alcune opere possono piacere o scandalizzare a seconda della relazione di ciascuno di noi con il concetto di bellezza.
Ho scelto uno sport collettivo. Si sprigiona una magia ogni volta che gli uomini uniscono le proprie energie per un’idea comune. In quel momento, lo sport diventa bello. La sventura dell’uomo arriva quando si trova a lottare solo contro i problemi cui è posto di fronte. Sopratttutto nella società moderna. Lo sport collettivo ha un valore ed è quello di poter essere in anticipo sui propri tempi. Si può giocare con undici giocatori di undici nazionalità differenti e perseguire un fine collettivo. Lo sport mostra oggi quello che potrebbe essere il mondo di domani. Possiamo così condividere emozioni fantastiche con persone alle quali non possiamo parlare. Non è ancora possibile nella società attuale. E in questo senso, lo sport collettivo è un modello. Quando il tennis diventa Coppa Davis, porta in sé qualcosa che non esiste in altri frangenti. Lo stesso vale per il golf e la Ryder Cup. La gente lo sente, le vibrazione è tangibile.
 
Sarebbe potuto diventare allenatore in uno sport individuale ?
Non penso. Cercare nel più profondo di un individuo, trovare ciò che lo motiva, m’interessa enormemente. Tuttavia sono stato educato attraverso uno sport collettivo e la mia psiche si è costruita così. Essere allenatore di un solo atleta mi avrebbe frustrato. È legato alla mia formazione. Nel mio paese si giocava solo a calcio o a basket.

Essere stato un calciatore professionista, ma non un campione, le ha insegnato ad essere più paziente nei confronti di ciò che la sua squadra non riesce a realizzare ?
Esiste una correlazione con la frustrazione di un giocatore che non ha saputo raggiungere i traguardi cui ambiva. Qualsiasi cosa fosse successa, sarei rimasto nel mondo del calcio, comunque. Il calcio per me è stato un punto fisso. Una fissazione un po’ folle. Ci sono stati dei momenti, quando avevo 24-25 anni, in cui mi dicevo : se non posso più giocare a calcio, mi suicido! Mi dicevo: che senso ha una vita senza il calcio?

Davvero ?
Davvero. Ho provato a lungo a capire come potevo essere tanto stupido. Semplicemente perchè sono cresciuto in un bar-ristorante che era anche la sede di un Club calcistico. Non si parlava che di calcio. Facevano la formazione il mercoledì ed il giovedì per la domenica. Camminavo appena che li osservavo già, li ascoltavo. E mi dicevo: mah, vogliono mettere quello lì ala sinistra, faremo fatica a vincere.

Ha iniziato presto ad intervenire nelle discussioni ?
Si. A 4-5 anni ho iniziato a capire quelle discussioni e ho iniziato a parteciparvi verso i 9-10 anni. Ero intrappolato in una cultura dove – inconsciamente – pensavo che solo il calcio fosse importante nella vita. Perchè la gente non parlava d’altro.

Come ha affrontato l’angoscia dei 24-25 anni ?
È stato graduale. A 25-26 anni ho parlato ad una conferenza a Mulhouse, con un amico che era consigliere tecnico. Mi ha chiesto di formare degli allenatori. Il passaggio da giocatore ad allenatore si è fatto in maniera progressiva. In seguito il mio allenatore a Strasburgo, Max Hild, mi ha detto: “Vieni al centro di formazione con me”. Ci sono andato e sono diventato il suo allenatore in seconda.
Visto che è stato rapidamente promosso ad allenatore della prima squadra, sono stato promosso direttore del centro di formazione a 30 anni. A 32 anni ho smesso di giocare e mi sono dedicato solo ad allenare. E in seguito è successo tutto molto in fretta. Non ho avuto il tempo di pormi questioni esistenziali. Innanzitutto, le aspirazioni si adattano al potenziale fisico. Sapevo che avrei potuto giocare a calcio per sempre.

Lei si proietta già verso la fine della carriera di allenatore ? Un’altra piccola morte. Ha appena compiuto 66 anni…
Non penso minimamente alla questione. Sono ancora il 34enne che continua a giocare a calcio a cui dicono, dopo una partita sbagliata: “è ora di smettere, ragazzo!”. Non mi faccio neanche la domanda di che farò in seguito, perchè sarà uno shock troppo grande. Molto più grande di quello che ha accompagnato il passaggio da giocatore ad allenatore. Perchè in questo caso, si tratterà di passare dall’iperattività al vuoto. È per questo che non mi pongo la questione. Sono come una persona che continua ad avanzare a testa bassa e non vede il muro davanti a sé. Se le dicessi che le restano solo 24 ore da vivere, lei passerebbe il tempo a pensare al coltello che le taglierà la gola oppure proverà semplicemente a vivere pienamente le ore che restano? È il riassunto della vita, in fondo.

L’esempio di Alex Ferguson, che a 71 anni si è improvvisamente ritirato per sostenere la moglie, che aveva da poco perso la sorella, le è d’ispirazione ?
Per me, Alex Ferguson è un esempio. Innanzitutto, ha saputo rinnovarsi ed evolversi. Non è restato prigioniero del suo successo. È una qualità che apprezzo molto, in lui. Ha sempre saputo rimettersi in causa. Anche se magari ha deciso di smettere in modo istintivo. Ha sempre avuto altre passioni. Ama i cavalli. Il vino. Conosce i vini rossi meglio di me. L’ho incontrato di recente e gli ho chiesto: “Alex, ti manca il calcio?”. Mi ha risposto “per niente”. Sono rimasto deluso ma allo stesso tempo mi ha rassicurato. È motivo di speranza, per me.

Lei non ha nessun’altra passione, oltre al calcio?
No. È da questo che nasce la mia angoscia. Non sono Ferguson. Non ho passioni sostitutive e non mi interessa guardare indietro – come ad esempio scrivere un libro su ciò che ho fatto. Soffro molto quando i miei ex-giocatori vengono a trovarmi e non sono più completamente realizzati. Essere presentato come il Signor X, ex giocatore dell’Arsenal, e non per ciò che si è nel presente, è doloroso. Essere solo ciò che sei stato è una sofferenza. Spero, nella mia vita successiva, di essere qualcos’altro che l’ex allenatore dell’Arsenal. Allenare dei ragazzi. Essere utile.

Perchè lei non conserva nulla del suo passato ?
Perchè mi spaventa un po’. Se venisse a casa mia, non potrebbe mai immaginare di trovarsi a casa di un allenatore di calcio. Se mi chiedesse dov’è la medaglia per l’ultima FA Cup, non saprei risponderle. Credo di averla data al dottore della squadra o al capo magazziniere.

Ciò suona un po’ paradossale per uno dei manager con il più pronunciato senso della storia e della tradizione...
La storia degli altri m’interessa enormemente. La mia invece molto meno. Innanzitutto perchè la conosco già, poi perché non rivisitarla mi permette di non pensare a tutte le stupidate che ho fatto nella mia vita. Mi evita un senso di colpevolezza. Ho sempre trovato patetici coloro che ti fanno visitare il loro museo e ti raccontano le grandi cose che hanno fatto nella loro vita.

Chi può lasciare una miglior testimonianza del suo percorso professionale, se non lei stesso?
Il mio Club farà molto bene. I media sono talmente sviluppati al giorno d’oggi che racconteranno una storia anche su di me, che però non sarà unicamente la “mia” storia. La vera storia, tuttavia, è senz’altro molto più interessante perchè molte delle cose che mi sono successe sono completamente sconosciute. Mio padre aveva l’abitudine di collezionare ogni articolo che mi riguardasse. A volte ho l’impressione di tradirlo, perchè non mi interesso alla mia storia. Può essere che questo cambierà. Può essere che un giorno mi dirò: “mio caro, è tempo di fare il punto su tutto ciò che è successo.”

Raccontare per meglio trasmettere?
La più grande bellezza nel mio mestiere, è poter trasmettere e poter influenzare la vita degli altri. In maniera positiva.

Come vive il fatto di avere una statua che la raffigura, pur essendo ancora in vita – come Sir Alex Ferguson o Thierry Henry ?
Sono un po’ a disagio. Preferisco battermi ogni giorno per convincere l’opinione pubblica che faccio il mio lavoro non troppo male. Oggi, si è rapidamente messi in discussione. Ciò che è cambiato nel nostro mestiere, è che non si gode di nessuna riconoscenza. Siamo continuamente obbligati a lottare per farci rispettare.

Per un allenatore moderno, è più difficile vincere o convincere ?
Per vincere bisogna convincere. Siamo passati da una società verticale ad una orizzontale. Un allenatore negli anni ’60 diceva: “ragazzi, facciamo così” e nessuno discuteva. Oggi, bisogna innanzitutto convincere. Il giocatore è ricco. La caratteristica del ricco è che va convinto. Perchè gode di una posizione. Per via del modo di pensare. La gente oggi è bene informata. Le persone hanno quindi un’opinione. Un’opinione che pensano essere quella giusta. I giocatori non sono per forza d’accordo con la mia, quindi devo convincerli.

All’inizio ha dovuto consinvere il Club e i tifosi a seguire i suoi principi, quando è arrivato all’Arsenal.
L’Arsenal è un Club di grande tradizione che non ha paura d’innovare.

Eppure lei e David Dein, allora vice-presidente dell’Arsenal e innanzitutto suo amico, avete fatto traballare le tradizioni.
Non hanno avuto paura di seguirmi. È stato un vero atto di coraggio.

Le hanno concesso del tempo, soprattutto. Lei ha appena cominciato la ventesima stagione all’Arsenal.
Il tempo è il vero lusso. Mi riconosco un merito: ho sempre trattato l’Arsenal come se mi appartenesse. A volte mi è stato rinfacciato. Perchè non sono abbastanza spendaccione. Non sono abbastanza incosciente. Rivendico il coraggio di aver applicato le mie idee e di essermi battuto per esse. Detto questo, posso capire che qualcuno non sia d’accordo. Il mio più grande orgoglio sarà potermi dire, una volta lasciato il mio posto, che lascio una buona squadra, una situazione sana a livello finanziario e un Club capace di restare al vertice anche in futuro. Avrei potuto dire: resto quattro o cinque anni, vinco tutto, me ne vado e lascio il Club sul bordo del precipizio. Per me, la costanza nel restare ai livelli più alti è il marchio dei grandi Club. Il Real Madrid, prima dell’arrivo di Di Stefano, è rimasto 21 anni senza vincere il campionato spagnolo.

Al Real Madrid, oggi, si può vincere il campionato ed essere comunque licenziati...
Sono entrati nel mondo moderno. Bisogna sempre proporre facce nuove. La dipendenza da prima pagina. Per me, la costanza dei risultati dipende dalla coesione all’interno del Club. Buttare sempre tutto ha senso solo se si hanno risorse iper-illimitate. Allora si può vincere. Altrimenti, si cade nella trappola.

Lei parla di costanza e pazienza. Eppure, da allenatore del Monaco, era piuttosto vulcanico.
Sono maturato. Sono passato per il Giappone. Ho imparato a controllarmi. Sono iper-sensibile ma ho imparato piano piano a gestirmi. Ho iniziato ad allenare sul serio a 33 anni, oggi ne ho 66. Per sopravvivere ho dovuto adattarmi.

Ci avrebbe rimesso la salute, altrimenti ?
No. Sono stato sempre pronto a giocarmi la salute in maniera piuttosto stupida, ma mi riferivo al prezzo da pagare per sopravvivere nel mestiere.Perchè mi sono accorto che potevo fare danni irreparabili dopo le partite.

Il passaggio in Giappone, dove ha allenato il Nagoya Grampus Eight (1994-1996) l’ha cambiatoa profondamente.
Il mio presidente, Shoichiro Toyoda, mi ha chiesto di fare del Nagoya il Club più grande del Giappone e del mondo in 100 anni. Ciò elimina la pressione dell’immediatezza in modo fantastico. Cosa diventa una sconfitta, se messa in relazione con un secolo di partite? Inoltre, ho trovato l’idea estremamente generosa. Non essere altro che una cinghia di trasmissione in mezzo ad un sistema molto più grande di te. Fare parte di qualcosa che è ben al di sopra di te. Purtroppo viviamo troppo attaccati all’idea che il mondo si fermerà quando non ci saremo più. L’umanità non è questo.
È una forma di scientismo.Portatori di una speranza di un destino dell’umanità sempre migliore. Possiamo rimetterlo in causa, oggi...

È il minimo che si possa dire…
Il Nagoya l’ha rimesso in questione, infatti (ride). Non sono molto più in alto di quando li ho lasciati, tuttavia sono trascorsi solo vent’anni. Tra l’altro, il presidente Toyoda è di nuovo in carica e mi chiede consiglio. Praticamente ogni mese. Sono ancora in stretto contatto con il Club.

Poco fa, mentre la osservavo prepararsi per il servizio fotografico, mi è tornata in mente una riflessione di Mircea Lucescu, allenatore dello Shakhtar Donetsk, su di lei: “Arsène è un aristocratico. Non è animato dai valori operai di Alex Ferguson nè dall’aggressività di José Mourinho. Punta innanzitutto ad educare.”
Si riconosce in questa definizione?
Non nego d’essere innanziutto un educatore. In compenso, non mi sento affatto un aristocratico.Se avesse vissuto con me, quando caricavo il letame sui carretti, lo capirebbe. Cerco di essere fedele ai valori che reputo importanti nella vita e di trasmetterli agli altri. In trent’anni di carrier d’allenatore, non ho mai fatto fare iniezioni ai miei giocatori perchè siano più performanti. Non ho mai dato loro prodotti che ne migliorassero le prestazioni. È motivo di vanto. Ho giocato contro molte squadre che non erano dello stesso parere.

L’aristocrazia è un modo di essere, non necessariamente un lascito di sangue.
Non metto in dubbio ciò che percepiscono gli altri, però io mi sento come il bambino di Duttlenheim che andava a correre nei campi ogni giorno. E inoltre, agli aristocratici tagliavano la testa, dalle mie parti. Ciò che rivendico, è la trasmissione dei valori. Non il diritto di sangue. Una civilizzazione che non onora più i suoi morti nè i suoi valori, è destinata a scomparire.

Appunto, lei è oggi in Inghilterra e non veste più come se andasse nei campi. È sempre ipeccabile quando arriva in panchina prima di una partita.
Lo sono perchè mi sento responsabile dell’immagine del calcio e dell’immagine che voglio trasmettere del mio Club. Al tempo stesso, il calcio è una festa e, dalle mie parti, fin da bambini ci si veste bene la domenica. Mi è piaciuto molto, arrivato in Inghilterra, vedere gli allenatori in giacca e cravatta. È un modo per dire: “ascoltate, ragazzi, il nostro obbiettivo è di fare di questo giorno una festa.”
Mi sono subito allineato. Ho voglia che uno si alzi al mattino e si dica “oggi gioca l’Arsenal, sarà una bella giornata”. Quella persona inizia la giornata dicendosi che succederà qualcosa di bello. E per fare in modo che succeda, i grandi Club devono avere l’ambizione di dare spettacolo. Di una gioia condivisa. Purtroppo non sempre ci riusciamo.


Passare una bella giornata all’Emirates Stadium non ha più molto a che vedere con una bella giornata ad Highbury, il vostro vecchio stadio, o sbaglio?
Le esigenze sono diventate troppo importanti. La definizione filosofica della felicità è la concordanza tra quel che vorremmo e quello che abbiamo. È ciò che vorremmo cambia non appena abbiamo qualcosa. Sempre di più. Sempre meglio. Da qui nasce la difficoltà nel soddisfare. Un tifoso dell’Arsenal, quando finisci il campionato al quarto posto, ti dirà : “Hey, sono vent’anni che siamo tra le prime quattro. Vogliamo vincere il campionato”. Se ne frega se il Manchester City o il Chelsea hanno speso 300 o 400 milioni di euro. Vogliono solo batterli. Ma se poi finisci 15esimo per due stagioni, saranno contenti se arriveremo quarti l’anno successivo.

Non sono solo i tifosi a spazientirsi. Perfino Thierry Henry a dichiarato su Sky Sports : L’Arsenal “must win”, deve vincere il campionato quest’anno.
“Must” vale solo per la morte. “Dobbiamo” tutti morire, un giorno. Preferisco sostituire il “devo” con il “voglio”. Volere invece di dovere. Se mi dice “deve uscire, stasera”, ho subito meno voglia di uscire. Se mi chiede “ha voglia di uscire?” Le risponderei “si, ne ho voglia”.
 Must ”, “must ”... “Must” niente, per me.

Almeno abbiamo chiarito…
A mio avviso, la bellezza dello sport è che tutti vogliono vincere, ma non ci sarà che un solo vincitore. Se mettesse venti milionari a capo dei venti Club inglesi, non ci sarà che un vincitore e diciannove delusi. Mio nonno diceva: “Non capisco, nei 100 metri ce n’è uno che corre in 10”1 e l’altro in 10”2, entrambi sono velocissimi. A cosa serve tutto ciò?”
Oggi incensiamo quello che corre in 10”1 e etichettiamo come perdente quello che corre in 10”2. Eppure corrono entrambi molto velocemente. È pericoloso per lo sport. Attraversiamo un momento in cui si elogia il vincitore a prescindere dai metodi e dai modi. Poi magari dieci anni dopo ci rendiamo contro che il vincitore ha imbrogliato. E nel frattempo il secondo ha sofferto. Non ha ricevuto nessun riconoscimento. E su di lui è stato detto di tutto...avrebbe di che essere infelice.

Lei rivendica il fair play, si sente davvero inglese in questo senso?
Non sono sempre stato molto corretto. Esiste in ognuno di noi la voglia di vincere e l’odio per la sconfitta. Ho avuto molte difficoltà ad essere fair play di fronte al mia avversione totale per la sconfitta. A proposito di sconfitte, sono ancora l’unico allenatore ad aver vinto un campionato inglese da imbattuto. Gli inglesi hanno una marcia in più in fatto di fair play. Guardate la squadra di rugby, eliminata durante la fase a gironi della coppa del mondo, in casa, fare una guardia d’onore agli avversari che li hanno appena eliminati. Là, dico “rispetto”. Si vede quanto abbiano sofferto, Si vede quanto stiano subendo l’umiliazione in diretta. È un’immagine molto bella per lo sport.
Ciò che ho amato nel sumo, in Giappone, è che alla fine del combattimento il vincitore non mostra mai la sua gioia, per non umiliare lo sconfitto. Ho sofferto molto ogni sconfitta. Quando vedo certi comportamenti eccessivi in altri paesi trovo notevole ciò che la cultura giapponese veicola o il senso dei valori degli inglesi.

In cosa lei è diventato davvero inglese ?
È il paese del cuore. Non ha paura delle emozioni. In inglese, diciamo “I love it!” .
Noi (francesi, ndr), invece, inquiniamo il nostro cuore con il nostro spirito cartesiamo. Non sappiamo amare senza calcolare. Amiamo il PSG, però…
Gli inglesi sanno lasciarsi andare nelle emozioni.

Un buon numero di ex-Gunners sono rimasti a Londra dopo aver smesso di giocare, come Robert Pirès, Patrick Vieira o Thierry Henry. Anche lei sarà eternalmente un londinese?
Non ho ancora deciso. Quel che è certo, è che il mio attaccamento all’Arsenal resterà fino alla fine dei miei giorni. Ho avuto dei momenti di rottura che ho superato. Non mi vedo oggi continuare la mia carriera altrove.

Sicuro ?
Quasi sicuro (ride). Se domani mattina l’Arsenal mi dice “grazie e arrivederci”, non posso giurare che non cercherò un nuovo lavoro, che non continuerò a vivere la mia passione. Ma certamente non in Inghilterra.

A educare più che allenare ?
Non voglio assolutamente che si metta la voglia d’essere educatore in contrapposizione alla voglia di vincere. Sarebbe far passare l’educatore per un idiota. Il primo obbiettivo di ogni allenatore dovrebbe essere quello di educare. Una delle cose belle del nostro mestiere, è poter influenzare positivamente la vita di un uomo. Lei, come me, ha avuto la fortuna d’incontrare qualcuno che ha creduto nelle sue qualità e l’ha fatta progredire. Le strade sono piene di gente piena di talento che non ha mai avuto la fortuna che qualcuno desse loro fiducia. Posso essere colui che facilita la vita, che dà una possibilità.

Cosa succede quando, durante una partita, sulla panchina a fianco siede un allenatore che pensa solo al risultato – poco importa com’è ottenuto ?
Sono stato spesso dipinto come un ingenuo, in merito. Ad ogni modo, esiste solo una maniera di vivere la propria vita – in conformità ai valori che reputiamo importanti. Se non li rispetto, sarò infelice. A prescindere da quel che succederà, sarò sempre stato un uomo che si è dedicato interamente alla causa. Con i miei pregi e con i miei difetti.

Qual è il momento più forte della sua carriera?
Essere arrivato a Londra tra lo scetticismo totale. Il mio primo titolo di campione d’Inghilterra, il mio primo double. Da “Arsène Who?” ad essere considerato un pioniere. Il primo allenatore non britannico ad essersi imposto in Inghilterra.

E quello peggiore?
Dovere, alla prima sconfitta e malgrado la costanza messa in un lavoro di altissimo livello, essere rimesso completamente in questione in tutto ciò che ho fatto. Il “tutto da buttare” immediato. Bisogna trovare un equilibrio tra la capacità masochista di sopportare tutto ciò che ti viene fatto subire e il piacere del lavoro portato a termine. Oggi, ma capacità masochista dev’essere ancora più forte per esprimere la mia passione. Sono arrivato a questo punto. Faccio un sacco di cose che mi fanno soffrire.

È per questo che resta lontano dai media?
Ovviamente. Conosce nessuno che si alzi al mattino e dica: “toh, ho proprio voglia di prendere cinquanta frustate”?

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