mercoledì 21 febbraio 2018

Coraggio, Gunners. È tutto ciò che serve




Difesa a tre o difesa a quattro?
Centrocampo a tre oppure due mediani e tre trequartisti?
Una punta o due punte?
A forza di cambiare, adattare, sperimentare e tornare indietro, i giocatori sembrano piuttosto smarriti.

La filosofia calcistica di Arsène Wenger è ammirevole e permette di creare un’armonia di gioco paragonabile a quella espressa dall’Olanda che inventava un nuovo calcio, sconosciuto nel resto d’Europa.
Purtroppo però questa filosofia funziona solo quando ad applicarla c’è un gruppo di giocatori eccelsi, il cui livello tecnico, tattico e la cui forza mentale permettono un’applicazione pragmatica del calcio decisamente edonistico immaginato da Arsène Wenger.

Dietro all’eleganza di Dennis Bergkamp, Robert Pirès e Thierry Henry, l’Arsenal degli Invincibili era una squadra composta da giocatori estremamente aggressivi e competitivi – autentici combattenti che non avrebbero mai consentito all’estetica di prevalere sul risultato finale; a quei giocatori, Arsène Wenger ha potuto consegnare le chiavi tattiche e lasciare che ognuno esprimesse il proprio calcio – a vantaggio dell’insieme.
Il calcio di Arsène Wenger non è anarchia e l’idea che il manager francese sia inetto dal punto di vista tattico è pura idiozia – non trovo altro termine; il calcio di Arsène Wenger è libertà d’espressione strettamente legata al bene comune, al risultato finale.
Quei giocatori, monumentali da ogni punto di vista, hanno rappresentato al meglio queste idee e permesso di ammirare una delle squadre più forti e belle della storia del calcio inglese.

I giocatori attualmente in rosa, purtroppo, non sono altrettanto eccezionali.

Alcuni sono ottimi giocatori, altri sono ancora in via di sviluppo ed alcuni sono semplicemente onesti operai del pallone, più che adatti a dare una mano ma certamente non adeguati per trascinare la squadra.
Sapendo che non tutti i centrocampisti possono diventare come Patrick Vieira e che non tutti gli attaccanti possono emulare Thierry Henry, sarebbe ora che Arsène Wenger desse più istruzioni tattiche ai propri giocatori.

Mancano undici partite alla fine del campionato e il quarto posto non è ancora fuori portata – incredibilmente.
Per avere una speranza di rientrare in corsa serve un finale di stagione senza macchia, o quasi, perché dei 33 punti in palio dobbiamo puntare a farne almeno 27, il che ci permetterebbe di terminare la stagione con 72 punti; potrebbero non bastare, però il calendario di chi ci precede è seminato d’insidie, mentre il nostro è abbastanza clemente e non è impossibile che la soglia per qualificarsi alla prossima Champions League si abbassi, rispetto all’anno scorso.

Nel dettaglio, a noi restano la sfida casalinga con il Manchester City e la trasferta ad Old Trafford, mentre il cammino di Manchester United, Chelsea e Liverpool è molto più complesso: gli uomini di José Mourinho affronteranno Chelsea, Liverpool e noi in casa, più il City in trasferta; il Chelsea se la vedrà con le due di Manchester – entrambe in trasferta – e poi Tottenham e Liverpool in casa ed infine la squadra di Jürgen Klopp sfiderà United e Chelsea in trasferta e giocherà il derby a Goodison Park – partita sempre insidiosa.
Se la cava meglio il Tottenham, a cui restano solo la sfida contro il Chelsea a Stamford Bridge e l’impegno casalingo contro il Manchester City.

Non dimentichiamo però che le quattro squadre davanti a noi sono tutte impegnate in Champions League, con il corollario di trasferte, affaticamenti e intasamento del calendario che accompagna ogni campagna europea; certo, anche noi abbiamo il nostro daffare in Europa League, però affrontare l’Ostersunds non è proprio uguale ad un doppio confronto con Barcellona o Juventus.

Se vogliamo sfruttare ogni minimo rallentamento davanti a noi sarà indispensabile ritrovare la via del gol – e della vittoria – lontano da casa; se le partite casalinghe contro Watford, Stoke City, West Ham, Southampton e Burnley non mi preoccupano, le difficoltà riscontrate in trasferta nell’ultimo anno rendono le partite contro Leicester City, Brighton, Newcastle e Huddersfield molto più complicate di quanto dovrebbero essere.
Abbiamo il potenziale per vincere anche queste, però l’atteggiamento della squadra deve cambiare: niente più paura come in occasione delle trasferte a casa del Bournemouth e dello Swansea, partite che avremmo dovuto gestire meglio dopo essere passati in vantaggio.
Abbiamo faticato per segnare, ce l’abbiamo fatta e poi ci siamo chiusi, timorosi di far vedere che dopo il primo possiamo segnare il secondo, terzo e quarto gol.

Per riuscire a cambiare rotta servono indicazioni tattiche precise e un chiaro segnale dal manager: non esistono partite in casa e partite fuori casa, esistono solo partite in cui far prevalere il nostro tasso tecnico superiore.
Se è innegabile che dietro abbiamo incassato troppi gol lontano dall’Emirates Stadium – 22, contro il 13, 14 e 15 di Chelsea, Manchester United e Tottenham – il dato più allarmante è l’incapacità di creare palle gol e mettere il pallone in rete.
Sono appena 15 i gol che abbiamo segnato in trasferta, contro il 36 messi a segno tra le mura amiche; chi ci sta davanti in classifica ne ha segnati almeno 22, con picchi di 29 (Manchester City) e addirittura 34 (Liverpool).

Perché quando siamo di scena all’Emirates Stadium abbiamo il secondo miglior attacco del campionato, dietro al Manchester City, e fuori casa segniamo meno di Watford, Leicester City e West Ham?
I giocatori per segnare di più li abbiamo, eccome se li abbiamo; ci manca il coraggio di provarci, di attaccare, di andare a prenderci i tre punti lontano dalla nostra fortezza.

Non siamo una squadra in grado di difendere un vantaggio, controllare una partita; non possiamo permetterci di rallentare il ritmo e lasciar passare il tempo perché non sappiamo conservare il possesso del pallone né difendere ad oltranza.

E allora leviamolo questo piede dal pedale del freno, cos’abbiamo da perdere?


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