domenica 13 maggio 2018

Capitano, mio capitano

Quando Laurent Koscielny si è accasciato sul prato del Metropolitano di Madrid, la mia prima reazione è stata cercare Diego Costa – sempre troppo vicino alla scena del crimine.

L’attaccante ex-Chelsea era in effetti a pochi passi dal difensore francese e, con il pallone lontano, ho pensato subito ad un colpo basso dello spagnolo – uno dei suoi marchi di fabbrica.
Più aspettavo il replay, più saliva la rabbia nei confronti dell’attaccante, ed invece le immagini hanno smantellato immediatamente il mio impianto accusatorio e lasciato spazio all’incredulità: il tendine d’Achille di Laurent Koscielny era saltato, aveva improvvisamente ceduto dopo almeno due anni di cure provvisorie, anti-infiammatori, infiltrazioni e yoga.
Un infortunio terribile, l’unico in grado di fermare una macchina perfetta come Javier Zanetti – costretto al ritiro a causa di questo stesso infortunio.
A quasi 33 anni e già in fase calante, per Laurent Koscielny sarà difficile recuperare pienamente e tornare ad essere il pilone portante della nostra linea difensiva; anche dovesse tornare completamente a disposizione del nuovo allenatore, i sei mesi che saranno necessari alla completa guarigione rischiano di costargli definitivamente il posto perché ci sono Calum Chambers, Rob Holding e Konstantinos Mavropanos che già scalpitano per giocare più spesso ed è molto probabile che venga acquistato un nuovo difensore – visto il ritiro di Per Mertesacker.

Oltre che di un elemento di sicuro valore e di grande esperienza, la rottura del tendine d’Achille rimediata da Laurent Koscielny contro l’Atletico Madrid priverà la squadra del proprio capitano, continuando così la mesta tradizione del capitano-non giocatore, instaurata all’epoca da Thomas Vermaelen e protratta da Mikel Arteta e Per Mertesacker.
Per quanto possa suonare cinico, visto il momento delicato che sta vivendo Laurent Koscielny, questa tradizione va assolutamente interrotta e il francese dovrebbe – volontariamente o no – passare il testimone.
Come Thomas Vermaelen, Mikel Arteta e Per Mertesacker prima di lui, Laurent Koscielny è una figura importante per il Club e per lo spogliatoio, tuttavia un capitano dev’essere sempre in campo al fianco dei compagni e guidare la squadra ad ogni uscita, cosa che il francese non potrà almeno fino al nuovo anno.

A leggere ed ascoltare i tifosi dell’Arsenal, i candidati per ereditare la fascia di capitano non sono tanti, anzi sono sostanzialmente due: Jack Wilshere e Aaron Ramsey.

Il primo è cresciuto nel Club, facendosi tutta la trafila con le giovanili, è stato designato come il talento più puro e brillante dell’intero panorama britannico, mentre il secondo festeggia quest’anno il decennale con la maglia dei Gunners e ha spesso trascinato la squadra nei momenti più difficili – molto più coi fatti che con le parole.
Caratterialmente molto diversi l’uno dall’altro, entrambi hanno il profilo e l’età giusti per ereditare la fascia di capitano, anche se sarebbero due capitani diametralmente opposti: Jack Wilshere piace di più ai tifosi per quel suo modo di fare esuberante, a volte plateale, e per lo spirito combattivo ai limiti del rissoso; Aaron Ramsey è molto meno appariscente ma altrettanto tenace, caratterialmente forte dopo gli infortuni e le contestazioni subite – oltre ad avere firmato due delle ultime tre FA Cup conquistate dall’Arsenal.

Entrambi tuttavia hanno due difetti in comune, ovvero un contratto in scadenza e tanti guai fisici.
Che si parli di Jack Wilshere o di Aaron Ramsey, purtroppo la prima cosa che viene in mente è la lista di infortuni subiti durante la loro carriera – costellata di passaggi obbligati in infermeria.
Quando in forma e integri, entrambi sono centrocampisti di quantità e qualità e sarebbero perfino compatibili – essendo l’inglese più metronomo e il gallese più finalizzatore – ma per motivi fisici prima ancora che tattici, non è quasi mai stato possibile vederli in campo contemporaneamente.

Oltre ai guai fisici e alle incomprensioni tattiche, a rendere ancora meno possibile una convivenza dei due ci sono le grane contrattuali che al momento non permettono di considerarli come pietre angolari del nuovo corso in casa Arsenal: Jack Wilshere è in scadenza di contratto tra un mese ed è sembrato irritato dal nuovo contratto propostogli dal Club, basato su uno stipendio più basso e tanti incentivi relativi a presenze, gol e assist – anche se ultimamente si è tornato a parlare di un contratto più ricco e di parti molto più vicine ad un accordo; Aaron Ramsey invece ha un contratto valido fino a giugno 2019 ma non sembra aver fretta di firmare un rinnovo, mettendo l’Arsenal in una posizione scomoda ma fin troppo familiare.
Trattenere il gallese e rischiare di perderlo oppure vendere subito? La questione è spinosa ma le parti non sembrano irrimediabilmente lontane e sicuramente Aaron Ramsey vorrà prima di tutto sapere chi sarà il nuovo allenatore.

In entrambi i casi, come detto, esiste un rischio concreto che il futuro capitano non sia saldamente legato al Club – contrattualmente parlando ma non solo – e che passi troppo tempo sulla lista degli infortunati, perpetrando così l’assurda tradizione del capitano-non giocatore.

Ecco perché dovremmo esplorare una terza opzione, anche se magari non troppo popolare: Granit Xhaka.

Pur non essendo tra i membri più anziani della squadra, lo svizzero ha personalità da vendere ed è uno che non si tira mai indietro.
C’è una cosa che viene spesso dimenticata quando si parla di Granit Xhaka, ovvero la sua personalità: poco importa quanti errori possa commettere, lo svizzero non smetterà mai di chiedere il pallone e riprovare.
In questo senso è molto simile a Aaron Ramsey, un altro che non si nasconde nemmeno quando infuria la peggior tempesta – anzi.
Questo tipo di atteggiamento è spesso contagioso all’interno di una squadra e incita i compagni a non perdere la speranza, a rialzare sempre la testa nonostante le avversità.
Per farla breve, è un comportamento da capitano.

Lo svizzero però è molto più comunicativo di Aaron Ramsey e fisicamente più integro, avendo giocato dall’inizio sessantotto delle settantadue partite di campionato delle ultime due stagioni.
Sempre presente, sempre nel vivo dell’azione, già capitano di Basilea, Borussia Mönchengladbach e della sua nazionale, Granit Xhaka possiede quella cattiveria che nessuno degli ultimi capitani scelti da Arsène Wenger dopo Robin van Persie sembrava avere.
Con tutto il rispetto per Laurent Koscielny, un difensore meraviglioso e un grande servitore della causa dell’Arsenal, il prossimo allenatore dovrebbe scegliere un nuovo capitano – qualcuno che si faccia sentire di più e che, cosa più importante, sia sempre in campo.

Non vorrei suonare retorico ma ricordo Patrick Vieira o Tony Adams, il modo in cui si comportavano prima nel tunnel e poi in campo, e mi viene voglia di qualcuno il cui comportamento incuta rispetto e timore negli avversari.

Per troppo tempo siamo stati i bravi ragazzi, è tempo di cambiamento.


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