venerdì 26 ottobre 2018

Vaarwel, Robin





Robin van Persie dirà addio al calcio giocato alla fine della stagione in corso.
Tornato a Rotterdam dopo aver vestito le maglie di Arsenal, Manchester United e Fenerbahçe, l’ormai 35enne attaccante olandese ha deciso di dire basta, una volta per tutte.

Ovviamente il pensiero torna alla stagione 2011/2012 e inevitabilmente alla stagione successiva, al polverone sollevato da suo celebre comunicato stampa e al passaggio al Manchester United di Sir Alex Ferguson.

Per anni – sei, ad essere precisi – abbiamo aspettato pazientemente che il talento ribelle diventasse un professionista esemplare e che l’eterno infortunato potesse giocare una stagione intera; i lampi di classe mostrati qua e là e il suo sinistro fatato erano talmente belli che l’attesa non era mai troppa e l’ennesima ricaduta nemmeno intaccava l’ottimismo con il quale tutti stavamo aspettando l’esplosione di Robin van Persie.

Ed abbiamo avuto ragione ad aspettare, eccome.

Da quei pantaloni a zampa d’elefante a strisce bianche e nere, indossati in maniera coraggiosa in occasione della presentazione ufficiale a Highbury, alla fascia di capitano e alla Scarpa d’Oro, la parabola di Robin van Persie sembrava proiettarlo nell’Olimpo dei giocatori che hanno fatto la storia dell’Arsenal; già ottavo marcatore della storia del Club, l’allora ventottenne avrebbe potuto aspirare ad un posto sul podio e magari insidiare Ian Wright – distante 53 gol.
Con almeno tre stagioni ad alto livello ancora nelle gambe, sempre che fosse rimasto integro, Robin van Persie avrebbe potuto chiudere la sua avventura nel nord di Londra con oltre 150 gol a proprio nome e undici, forse dodici stagioni sulle spalle – delle quali almeno quattro da capitano.

A quel punto, sarebbe stato universalmente considerato uno dei migliori giocatori della storia dell’Arsenal e il migliore in assoluto nell’epoca post-Highbury.
Alcuni dei suoi gol sono tra i più belli che abbia avuto la fortuna di vedere, dalla volée al The Valley contro al Charlton a quella contro l’Everton in occasione del 125esimo anniversario del Club, fino alla conclusione assurda da fondo campo contro il Barcellona nella notte di Arshaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaavin! e alla conclusione a giro nel 5-2 contro il Tottenham.

Invece Robin van Persie ha dato ascolto “al bambino che gridava Manchester United” e ha abbandonato la nave proprio quando il Club e Arsène Wenger avevano più bisogno di un comandante, preferendo dare ascolto alle sirene provenienti da Manchester.
Per vincere la Premier League, conquistata da protagonista assoluto nella stagione d’esordio ad Old Trafford, ha gettato via la possibilità di essere ricordato per sempre in uno dei Club più prestigiosi al mondo.

Con un po’ di pazienza in più – quella che l’Arsenal e Arsène Wenger hanno dimostrato, a più riprese, nei suoi confronti – Robin van Persie si sarebbe ritrovato a giocare con Santi Cazorla e poi con Mesut Özil, chissà quali sarebbero stati i risultati a quel punto.
Chissà che quel tanto agognato campionato non avrebbe potuto vincerlo nel nord di Londra, tenendo fede ad una delle sue frasi più celebri:

“Voglio vincere con l’Arsenal, non altrove. So che potrei vincere in tanti paesi e in tanti modi ma voglio vincere a modo nostro […] Qualsiasi trofeo vinto qui verrebbe dal cuore ed è quello che voglio.
È il mio sogno.”

Anche i sogni hanno un prezzo, a quanto pare.

Per me, Robin van Persie è stato un idolo assoluto – il giocatore simbolo dal quale ripartire dopo che Thierry Henry e Cesc Fàbregas sono partiti per Barcellona.
Parole come quelle che avete appena letto facevano intuire che l’olandese aveva a cuore il Club, i tifosi, il progetto Arsenal durante anni di vacche magre – prima che tutto scomparisse nel giugno del 2012, attraverso un comunicato stampa delirante.

Buona pensione Robin, peccato per quel che sarebbe potuto essere ma non è stato.
Ne è valsa davvero la pena?

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