giovedì 28 marzo 2019


“Sliding Doors - Cosa sarebbe successo se…” è una serie che ci riporterà ad un momento chiave della storia dell’Arsenal, un risultato o un evento che hanno profondamente cambiato la traiettoria di un giocatore, di un manager o di tutta la squadra.

La primissima puntata è incentrata su una sconfitta che brucia ancora, arrivata in circostanze sfortunate e che avrebbe potuto cambiare radicalmente le storie di Arsène Wenger, Ashley Cole, Thierry Henry e di tutto l’Arsenal - compresi noi tifosi.

La storia si svolge a Parigi, il 17 maggio 2006.
Arsenal e Barcellona si affrontano al Parc des Princes, in ballo c’è il Sacro Graal del calcio europeo, la famosa coppa dalle grandi orecchie - la Champions League.

Le squadre arrivano a Parigi senza aver subìto la minima sconfitta, né durante la fase a gironi, né durante la fase ad eliminazione diretta; l’Arsenal ha mantenuto la propria porta inviolata dalla seconda partita della fase a gironi in poi, con lo svedese Rosenberg dell’Ajax ultimo giocatore in grado di bucare Jens Lehmann, nel settembre del 2005.
Un record impressionante, se si tiene conto che la linea difensiva dei Gunners più che sperimentale si è trovata a dover affrontare attaccanti come Ronaldo (il brasiliano), Raúl, Robinho, Ibrahimović, Trézéguet, Mutu e Forlán, prima di arrivare alla finale.
Il Barcellona di Rijkaard ha eliminato il Chelsea, poi il Benfica ed infine, a fatica, il Milan di Ancelotti - senza mai convincere appieno.
I blaugrana restano però i favoriti, d’altronde hanno appena vinto il campionato e hanno segnato la bellezza di 114 gol in stagione, mentre per l’Arsenal è la prima finale di Champions League della propria storia - prima squadra londinese ad arrivare all’ultimo atto della maggiore competizione europea.

Come sappiamo fin troppo bene, la partita finirà 2-1 per il Barcellona nonostante il vantaggio iniziale dell’Arsenal, firmato da Sol Campbell, arrivato con la squadra già in dieci in seguito all’espulsione di Jens Lehmann per un fallo da ultimo uomo su Eto’o.

I momenti da sliding doors, durante la partita, sono innumerevoli.

Il più importante è senz’altro il pareggio del Barcellona, al 77esimo minuto, firmato da Eto’o che però parte in posizione irregolare: la palla filtrante di Larsson è sublime, tuttavia il camerunense sembra più avanzato di Ashley Cole, il più basso sulla linea difensiva dell’Arsenal.

È una questione di centimetri che però avrebbe potuto cambiare per sempre la storia dell’Arsenal.

Forse il Barcellona avrebbe comunque trovato il gol ma il fortino dell’Arsenal, guidato da Gilberto Silva in mediana e Kolo Touré in difesa, non sembrava patire molto e Manuel Almunia non ha dovuto compiere grandi parate, fino a quel momento. Senza quel guizzo, e la complicità del portiere spagnolo, forse il Barcellona si sarebbe innervosito col passare dei minuti, anziché ritrovare coraggio ed entusiasmo.

Forse invece il risultato non sarebbe cambiato, fino al triplice fischio e all’apoteosi: prima Champions League in bacheca per l’Arsenal, che diventa così il primo Club di Londra a sollevare il trofeo più prestigioso d’Europa e potrà diventare il primo Club di Londra a giocarsi il FIFA World Cup - la vecchia Coppa Intercontinentale - e diventare magari campione del mondo per Club.

Forse, con una vittoria come quella, Ashley Cole avrebbe deciso di rifiutare il corteggiamento - illegale - di Roman Abramovich, nuovo ed ambizioso proprietario del Chelsea; eccolo qui, un altro momento sliding doors: se oggi lo conosciamo come Cashley, forse è anche perché quella sera le cose non sono andate come dovevano andare.
Forse, alzando quella Champions League, Ashley Cole avrebbe deciso di restare e sarebbe diventato, negli anni, l’equivalente inglese di Paolo Maldini: cresciuto nelle giovanili dell’Arsenal, diventato uno dei migliori terzini al mondo (se non il migliore in assoluto) e diventato naturalmente capitano di una squadra che si apprestava a cambiare casa e generazione.
Con lui alla guida dello spogliatoio, il passaggio da Highbury all’Emirates Stadium sarebbe stato meno brutale e i giovanissimi Fábregas, Flamini, Senderos, Clichy e van Persie avrebbero avuto un capitano capace di trasmettere i valori intrinsechi all’Arsenal Football Club, un capitano alla Tony Adams -  senza ovviamente nulla togliere a Thierry Henry o Gilberto Silva, i capitani del post-Parigi.

Parlando di Thierry Henry, la sua partita quella sera a Parigi è zeppa di momenti sliding doors: l’occasione incredibile capitatagli dopo cinque minuti di gioco, con il risultato fermo sullo 0-0 e ancora undici contro undici, e malamente sprecata con un tiro addosso a Valdés, da pochi passi; il contropiede di cui è stato protagonista poco dopo l’ora di gioco, con l’Arsenal in inferiorità numerica ma in vantaggio per uno a zero, che avrebbe definitivamente chiuso i giochi ma terminatosi con un tiro fiacco, facilmente parato da Valdés.
Entrambe le occasioni sembravano più che alla portata di un attaccante come Thierry Henry, eppure entrambe sono finite alle ortiche. A fare aggrottare le sopracciglia è il modo in cui Thierry Henry ha calciato il pallone, mentre Valdés cercava disperatamente di chiudergli lo specchio della porta: un tiro forte e centrale, la testa bassa a guardare il pallone, quando il più difficile - ovvero il movimento magistrale per liberarsi da Márquez - sembrava fatto.
Se immaginare l’evoluzione della partita dopo un gol segnato a freddo è difficile, è molto più semplice indovinare dove sarebbe finita la coppa, se Thierry Henry avesse gestito meglio quel contropiede lanciato da Alex Hleb: con Puyol a terra e Márquez troppo lento per impensierirlo, Thierry Henry sembrava in posizione più che favorevole ma ha prodotto un tiro telefonato, che proprio non assomiglia alle conclusioni abitualmente molto precise e taglienti cui ci aveva abituati.

Chissà, con il gol del 2-0 avrebbe sollevato la Champions League e qualche mese dopo pure la Coppa del Mondo con la Francia - ed invece il 2006 resterà per sempre l’anno dei rimpianti.

Chi, quella sera, ha perso tanto è stato Arsène Wenger: al fianco dei tre titoli di Premier League, le FA Cup e soprattutto gli Invincibili manca crudelmente una vittoria in campo europeo; la sconfitta in finale di coppa UEFA contro il modesto Galatasaray rimarrà una macchia indelebile, così come la bruciante eliminazione per mano del Chelsea in semifinale di Champions League, l’anno precedente.
L’Europa resterà sfuggente per uno degli allenatori di visionari dell’era moderna, la cui immagine resterà eternamente incompleta anche e soprattutto a causa di quanto successo a Parigi e dell’effetto sliding doors di quella sera.
Credo non ci sia un solo momento in cui l’alsaziano non si chieda se avrebbe dovuto fare diversamente, quella sera: togliere Alex Hleb invece di Robert Pirès? Lasciare in campo Cesc Fàbregas fino alla fine? Rinforzare ulteriormente la difesa con Philippe Senderos?

Certi rimpianti finiscono col perseguitarti per sempre.

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