martedì 23 aprile 2019


Stamattina mi trovo in riva al mare.
In primavera il mare è un luogo tra il mistico e lo stravolgente, dove la quiete che si respira è assoluta e solo qualche strascico di vento è capace di smuovere i pensieri.
Il mare ti tenta, ti stupisce, ti ascolta e una volta lanciato il suo incantesimo, ti tiene per sempre nella sua rete di meraviglia. Il resto scivola via, passando in secondo piano, eccetto quelle cose o persone che riescono ad avvicinarsi di molto alla sua grandezza; difficile e molto raro, ma quando riesci a scovarlo lo spettacolo sarà ancora più sorprendente.

Thierry Henry è stato tutto questo: tumultuoso, raggiante, rilassante e nella sua semplicità immenso, la vera bandiera dell’Arsenal.

Tití nasce nella calda estate del 1977 a Les Ulis, dall'unione tra Antoine, originario della Guadalupa, e Maryse, della vicina Martinica.
Il ragazzo cresce nella piccola cittadina, dove inizierà anche a tirare i primi calci, grazie anche all’ausilio emotivo del padre.
Il suo dinamismo e la sua esplosività lo rendono unico sin da piccolo, tanto da attirare gli occhi di Arnold Catalano, scout del Monaco nella zona parigina.
Bastò poco allo scout per capire le potenzialità del ragazzo e, dopo averlo visto segnare 6 gol in una sola partita, decide di portarlo nel principato senza la necessità di un provino.

Inizia dunque la sua vera carriera calcistica, completando prima tutta la trafila delle giovanili e poi, esordendo in prima squadra.
Durante il suo tragitto, incontra per la prima volta quello che poi diviene il suo grande mentore: Arsène Wenger.
La passione di Arsène nello svolgere e preparare il suo lavoro si incastra perfettamente con la voglia di espandersi del ragazzo e, seppur non nell'immediato, la loro unione regalerà molte gioie agli amanti del calcio.
Dal ‘94 al ‘99, con la maglia del Monaco, ottiene prima il posto da titolare, e conseguentemente, vince la Ligue 1 e porta la squadra in semifinale di Champions, traguardi che gli permetteranno di festeggiare da vincitore il suo primo ed unico mondiale con la Francia nel 1998.

Nel 1999, Tití è una bomba pronta ad esplodere, un esterno d'attacco micidiale, dotato di corsa, velocità, dribbling e gol.
Una carriera in rampa di lancio, pronta a decollare con la maglia della Juventus. A Torino arriva nel gennaio del ‘99, per un prezzo record allora; le sue prestazioni però furono molto al di sotto delle aspettative, forse un gioco fisico come quello italiano non riusciva a mettere in mostra le qualità del ragazzo, difatti né Lippi né Ancelotti riuscirono ad estrapolare nemmeno una piccola goccia del suo enorme talento.

“La Juve ha voluto cedermi. Loro volevano acquistare Marcio Amoroso. L’Udinese mi voleva come contropartita. Io rifiutai. Vidi la proposta come una mancanza di rispetto nei miei confronti, così chiesi di essere ceduto. Ancelotti non voleva cedermi, né lasciarmi andare in prestito. Quando me ne sono andato tutti i compagni mi hanno chiamato. Anche Ancelotti”.

Qualche diverbio con Moggi e per il ragazzo francese l’avventura in maglia bianconera giunge al capolinea. Se dalla parte di Torino pensavano a solamente a sbarazzarsene, a Londra erano pronti ad accoglierlo a braccia aperte, soprattutto mister Wenger, l’uomo che tanto si era innamorato di lui in Francia, che per una girandola di mercato è riuscito a riportarlo tra le sue braccia.

“Se due persone sono fatte l'una per l'altra finiranno per ritrovarsi, a dispetto della distanza, del tempo e persino delle circostanze” diceva Nora Ephron.
Se prendessimo queste parole e le confrontassimo con la “love story” tra Arsène e Tití, sembra che la scrittrice le abbia ricamate su misura per loro.
Il tecnico francese stravolge completamente il gioco di Henry, spostandolo dalla fascia al centro della fase offensiva della squadra, assemblando le sue straordinarie doti con nuove movenze e responsabilità.

L'inizio, come già capitato nel periodo bianconero, è complicato. L’incenso senza fuoco è inodore. L'attaccante senza gol è spento, 8 partite 0 gol. Tití nella nuova posizione sembra spaesato e disorientato. Ma a volte, come per l’incenso, basta una scintilla, per infondere nell'aria una nuova linfa, tanto fresca quanto pura; la vittima è il Southampton e il gol è semplicemente spettacolare; protegge palla e tiro a giro da fuori area, preciso e potente.
Concluderà la sua prima stagione con 26 gol in 48 partite, a soli 23 anni.

Da lì in poi, una storia bellissima con la maglia bianca e rossa, divenendo molto presto il leader tecnico e carismatico della squadra, che accompagnato dai vari Ljungberg, Bergkamp, Pirès, porterà in casa Gunners numerosi trofei e lunghissime pagine di storia che a tutti noi fa solo piacere ricordare.
Era l'incantatore di Highbury, il suo mondo, dove riusciva sempre a sorprendere tutti con la sua classe sopraffina, col suo tiro potente, il tocco vellutato, la giocata rapida e il passo felpato. Portato via dal suo clima e dal suo ambiente però, nonostante le solite giocate eseguite a Barcellona e New York, Thierry si faceva triste, contento di far emozionare il pubblico, ma non il suo. Il suo richiamo fu più forte di quello tra Ulisse e la sua terra Itaca, e quando nel gennaio del 2012, fa ritorno a Londra, impiega solo 10 minuti dal suo ingresso in campo per far brillare nuovamente gli occhi dei suoi tifosi, smuovendo la difficile partita contro il Leeds e milioni di cuori.

In tutta la mia vita ho accumulato una massa di ricordi che sono diventati in un certo senso i più preziosi di tutti i miei averi. Pensieri che fanno parte del mio cuore e che mai potrò dimenticare.
Come quando il numero 14 dell’Arsenal scendeva in campo, quello farò fatica a scordarlo e spero che non accadrà mai. 

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