22 ottobre 2019


 
NdA: questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su GunnersTown il 28 Settembre; ve lo ripropongo, tradotto in italiano, perchè purtroppo è ancora tremendamente d'attualità...

Unai Emery deve andarsene.

Non si tratta di uno di quei deliri rabbiosi post-sconfitta ma una conclusione alla quale sono arrivato dopo lunga riflessione.
Ho volontariamente ritardato la pubblicazione di questo pezzo fino a dopo la partita di Carabao Cup contro il Nottingham Forest, per evitare che fosse collegato alla laboriosa vittoria contro l’Aston Villa in Premier League.

Ho sostenuto a lungo Unai Emery ma ora non trovo più nessuna buona ragione per giustificare la sua permanenza sulla nostra panchina, semplicemente perché i conti non tornano: lo scollamento tra quel che dice e la realtà diventa sempre più ampio e non trovo nessuna coerenza; non vedo quale sia il piano, non vedo in che direzione stiamo andando, non riesco a capire quale sia la visione d’insieme.

Quel che non capisco è cosa voglia ottenere Unai Emery: potrei capire le difficoltà se stesse cercando d’impiantare un sistema di gioco e una filosofia ma non sopporto il caos nel quale ci troviamo al momento. Questa sarebbe la prima domanda che farei a Unai Emery, se avessi la possibilità di intervistarlo: qual è il tuo piano per l’Arsenal, Unai?

Quando ho iniziato a giocare a calcio avevo quattro anni e mi sono goduto ogni momento, fino a quando ho smesso, che fosse nel prato davanti a casa o su qualche campo spelacchiato di periferia; ho amato il calcio prima che l’Arsenal entrasse nella mia vita e voglio quindi godermi il calcio, mentre tifo Arsenal. Voglio vedere una filosofia di gioco, qualsiasi essa sia, quando i ragazzi in rosso e bianco scendo in campo ma al momento non vedo nulla del genere.

Qual è il tuo piano per l’Arsenal, Unai?

Quando è stato presentato alla stampa come il nuovo allenatore dell’Arsenal, gli è stato chiesto quali fossero le caratteristiche di una squadra di Unai Emery e come pensa debbano giocare. Ecco la sua risposta, parola per parola:

“Con personalità. Personalità i tutti i minuti della partita: protagonisti. Mi piace il possesso palla, mi piace un buon pressing contro la squadra avversaria. Preferisco vincere 5-4 che 1-0.”

Dov’è tutto questo, Unai?

Che si giochi in casa o in trasferta, contro una concorrente diretta o un avversario che lotta per non retrocedere, cediamo regolarmente il possesso palla e ci abbassiamo, per colpire in contropiede; non pressiamo gli avversari e diventiamo passivi, anziché essere protagonisti.

Siamo agli antipodi dei suoi stessi princìpi, della sua idea di gioco e trovo quindi impossibile sostenere che non crede nelle proprie idee.

E pensare che i primi segnali erano stati così incoraggianti! La squadra provava diligentemente a uscire palla a terra, nonostante le evidenti difficoltà, a suggerire l’idea che ci fosse un piano ben preciso sul quale lavorare; abbiamo assistito a qualche scelta coraggiosa, tante sostituzioni tatticamente astute e sembrava di vedere cos’avesse in testa l’allenatore.

Il cambiamento sembrava netto e palpabile, un atteggiamente nuovo che portava a credere nel progetto.

Il suo modo di gestire la rosa era piuttosto chiaro: se la prestazione è all’altezza sei confermato; se non rendi, sei sostituito - a prescindere dal nome, dallo stipendio o dallo status. Un cambiamento più che benvenuto ma che non è durato.

Pian piano, con la serie d’imbattibilità arrivata inevitabilmente ad esaurimento, siamo diventati sempre più passivi e difensivi e ci siamo affidati unicamente a Pierre-Emerick Aubameyang e Alexandre Lacazette, sperando che inventassero qualcosa per decidere le partite. In un goffo tentativo di portare a casa risultati nell’immediato, Unai Emery ha mollato tutti i suoi ideali e schierato una difesa a tre, affollato il centrocampo e fatto di Sead Kolašinac il solo sfogo offensivo, dalla sua posizione di tornante sinistro.

Ha quasi funzionato, tra l’altro, ma alla fine la ruota ha girato e le sconfitte indecorose contro Everton, Wolves, Leicester e Crystal Palace - sommate al pareggio contro il Brighton - ci sono costate il quarto posto. Il percorso è stato leggermente migliore in Europa League ma ricordiamo tutti benissimo com’è finita a Baku e quanto quella notte sia stata dolorosa e umiliante.

A questo punto stavo ancora dalla parte di Unai Emery, perché in fondo quella non era ancora la sua squadra ed aveva completato la prima stagione all’Arsenal, in un campionato sconosciuto; dategli tempo, dicevo, lasciate che possa costruire una squadra più sua e vediamo che succede.

Non l’ha fatto, purtroppo. Sembra che la prima stagione sia stata interamente sprecata, invece di essere un percorso di apprendimento; ho immaginato che avrebbe analizzato i suoi giocatori, tratto le conclusioni, detto al Club quali fossero i bisogni primari e acquistato i giocatori necessari ad implementare la sua filosofia di gioco.

Sfortunatamente, nonostante una delle finestre di mercato più eccitanti degli ultimi anni, la squadra è ancora senza identità e senza idee, con giocatori regolarmente fuori ruolo e confusione tattica. La squadra oggi è nettamente superiore a quella dell’anno scorso ma non c’è segno di miglioramento in campo, per ora: siamo ancora eccessivamente prudenti nell’approccio, non siamo migliorati in fase difensiva e non creiamo granchè in attacco.

Se Unai Emery avesse in testa di chiudersi in difesa e colpire in contropiede, non ci sarebbe problema; non è il calcio che prediligo ma almeno saprei che c’è un piano, capirei cosa vuole l’allenatore.
Il problema è che non vedo niente del genere, vedo formazioni che cambiano senza sosta, un turnover massiccio e un allenatore che appare perso.

Se ci fosse un piano, un’idea, un tentativo di costruire una strategia specifica, allora potrei difendere Unai Emery e continuare a stare dalla sua parte finché questo piano non è pienamente assorbito dai giocatori ma non vedo nulla del genere; gli concedo di aver migliorato i risultati negli scontri diretti e di aver dato fiducia a qualche giovane talento come Mattéo Guendouzi e Joe Willock ma i complimenti finiscono qui.

La sensazione più profonda è che il Club nell’insieme stia progredendo molto velocemente ma che la squadra non riesca a seguire, rallentata da un allenatore che è sempre più spesso al centro delle critiche per la mancanza di sostanza dietro le sue dichiarazioni; è arrivato sorprendendo tutti con il suo acume tattico, l’attenzione maniacale per i dettagli, la conoscenza profonda dei giocatori della prima squadra e del vivaio, le sue chiavette USB e i video, il suo buon livello di inglese e il suo piano per farci tornare protagonisti.

Oggi Unai Emery si è fatto sorprendere dal pressing alto del Burnley all’Emirates Stadium, si è visto soverchiare tatticamente dal Watford, che aveva appena cambiato allenatore, viene criticato perché la squadra continua a commettere i soliti errori e continuiamo ad avere difficoltà a capire quel che dice durante le conferenze stampa - mentre lentamente si trasforma in un meme vivente con il suo good ebening.

Ciò che sento è il suono dello stallo totale; prima ci lasciamo alle spalle Unai Emery, meglio sarà.


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