lunedì 28 ottobre 2019


Il pareggio interno contro il Crystal Palace sembra destinato a lasciare un segno profondo sulla nostra stagione, già arrivata ad un punto critico nonostante non siano nemmeno trascorsi tre mesi dalla prima partita.

Tutte le prime pagine sono dedicate allo scontro tra Granit Xhaka e il pubblico dell’Emirates Stadium, di cui parlerò più avanti, ma ciò non deve distrarci dai veri problemi della squadra, ormai diventati difficili da gestire - figuriamoci da correggere.
Siamo deboli, nervosi, impauriti e incapaci di giocare a calcio, costruendo una manovra degna di questo nome; lasciamo tempo e spazio agli avversari per ricompattarsi quando invece andrebbero affossati e, inevitabilmente, subiamo la loro rimonta.
Contro Watford e Crystal Palace abbiamo buttato all’aria un doppio vantaggio, contro il Bournemouth abbiamo rinunciato a giocare nella ripresa e rischiato d’incassare il pareggio, con lo Sheffield United ci siamo adeguati al loro livello, anzichè imporre la nostra superiore qualità tecnica, e abbiamo perso.

Anziché surclassare gli avversari più deboli e provare a limitare quelli più forti, ci adattiamo alla pochezza dei rivali meno quotati e ci esaltiamo contro avversari di rango superiore; questa, a mio avviso, è una mentalità perdente. Non possiamo essere la piccola squadra che tira fuori la partita della vita contro la prima in classifica e poi si perde contro avversari più abbordabili, dobbiamo essere la grande squadra che spezza i sogni della Cenerentola di turno e poi se la gioca con le avversarie dirette, provando a massimizzare le proprie qualità e limitare quelle altrui.

L’unico risultato ottenuto fino a qui da Unai Emery è stato l’averci fatto tornare competitivi contro le dirette concorrenti: Manchester City a parte - doppia sconfitta l’anno scorso - ce la siamo giocata con tutti e preso una sola, vera sberla, ad Anfield.
Un netto miglioramento rispetto alla nostra storia più recente, tuttavia i risultati e le prestazioni contro le piccole hanno annullato quello che poteva essere un vantaggio decisivo nella corsa alla Champions League.
Quest’anno la musica non è cambiata, nonostante una squadra decisamente più forte, a suggerire che i problemi vengono dalla panchina: il Club ha tappato tutte le falle evidenziate durante la scorsa stagione, eppure né il gioco né i risultati sono migliorati, quindi è inevitabile che l’allenatore finisca sotto accusa.

Ci sono troppi interrogativi senza una risposta chiara: perché, se l’allenatore e il Club erano d’accordo di sbarazzarsi di Mesut Özil, fingere che fosse tutto normale? La carriera del tedesco all’Arsenal doveva finire con la sostituzione a Baku, invece Unai Emery ne ha fatto un elemento imprescindibile durante le preparazione estiva, l’ha confermato nel gruppo dei cinque capitani e successivamente messo virtualmente fuori rosa: perché? Perché ci è voluto tanto per nominare Granit Xhaka capitano? Se l’idea, fin dall’inizio, era quella di un voto tra i giocatori, perché non comunicarlo subito? Perché Pierre-Emerick Aubameyang sparisce letteralmente dal campo, quando gioca Alexandre Lacazette? Perché Nicolas Pépé non riesce ad incidere sulla partita, se non da calcio piazzato?
Le incongruenze nella gestione di Unai Emery cominciano a diventare troppe e l’incapacità del basco di assumersi la benché minima responsabilità, allarmante; che si tratti della gestione di Mesut Özil, della farsa in cui è degenerata la nomina del capitano, dei vaneggiamenti su quanto siano migliorate le cose rispetto alla fine dell’era Wenger o della gestione dei giovani, spietatamente additati come una delle cause dei risultati altalenanti, Unai Emery sembra sempre pronto a scaricare il barile e fare tutto ciò che può per coprirsi le spalle - anche quando ciò implica mandare al patibolo uno dei suoi.

Ciò che è successo ieri sera a Granit Xhaka deriva proprio da questo: Unai Emery ha consegnato lo svizzero alla rabbia di un pubblico becero, che non cerca altro che un capro espiatorio al quale addossare tutte le colpe; non volendo essere lui quello nell’occhio del ciclone, ha scelto di sacrificare il suo capitano, uno dei suoi intoccabili.
La reazione di Granit Xhaka è imperdonabile ma comprensibile, date le circostanze; al netto degli errori, lo svizzero è un professionista esemplare e uno di quei giocatori che danno tutto ciò che hanno per la squadra e i tifosi, alcuni dei quali però si sentono in diritto di tempestarlo di messaggi osceni, minacce di morte e compagnia ad ogni occasione.
Il vaso doveva traboccare e l’ha fatto, in una maniera che difficilmente potrà essere recuperata e che costerà la fascia di capitano a Granit Xhaka, anche se la colpa in fondo è dell’uomo che lo ha reso un elemento centrale del progetto senza dargli gli strumenti per esaltare i propri punti forti e nascondere quelli deboli - riuscendo piuttosto a fare il contrario.

Da allenatore, Unai Emery ha il compito di costruire uno spogliatoio solido e massimizzare il rendimento della rosa che il Club gli ha messo a disposizione - due missioni fino a qui fallite miseramente; per raddrizzare la stagione ci vorrebbe una sorta di trasformazione di massa improvvisa, un’illuminazione collettiva che certamente non arriverà. Ciò che succederà, invece, è che al basco sarà concesso tempo solo fino alla fine della stagione, nella migliore delle ipotesi.

Il futuro di Unai Emery sembra ormai già scritto, resta da vedere quando arriverà l’esonero: nei prossimi dodici giorni giocheremo contro Liverpool (A in Carabao Cup), Wolves (H), Vitória (A in Europa League) e Leicester (A), quattro partite che potrebbero già essere decisive per il basco; nella migliore delle ipotesi, invece, l’ex allenatore del PSG potrebbe restare in carica fino al periodo natalizio, quando affronteremo Manchester City (H), Everton (A), Bournemouth (A), Chelsea (H) e Manchester United (H) e la nostra stagione sarà virtualmente decisa.

Spiace dirlo ma non sarà mai troppo presto per separarsi.

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