18 novembre 2019


Nove vittorie in diciotto partite (50%)
37 gol fatti, 26 subiti (+11)

Numeri di per sé non terribili, se non fosse che includono Europa League e soprattutto Carabao Cup: se ci limitiamo alla Premier League, infatti, ecco che lo scenario cambia radicalmente:

Quattro vittorie in dodici partite (33%)
16 gol fatti, 17 subiti (-1)

Un ruolino di marcia da salvezza risicata, con una proiezione di poco superiore ai 40 punti stagionali,
che l’anno scorso sono valsi il quindicesimo posto al Burnley; ovviamente ne raccoglieremo un numero ben superiore ma aspettarsi di finire la stagione con i 70 punti necessari ad agguantare la Champions League è pura utopia.
Per quanto la squadra stia attraversando un momento molto delicato e per quanto le prestazioni dei singoli possano migliorare - e lo faranno, nonostante le tattiche di Unai Emery - ci vorrebbe una sorta di miracolo per rimettere in carreggiata la stagione; dopo aver viaggiato ad una media di 1.4 punti a partita, dovremmo salire almeno a 2.03 punti a partita per arrivare a 70 punti stagionali - che potrebbero però non bastare.
Per essere sicuri di finire tra le prime quattro, infatti, dovremmo mirare a 75 punti, il che vorrebbe dire vincerle praticamente tutte da qui alla fine o mantenere una media di 2.23 punti (!) a partita.

Per una squadra che ha perso contro lo Sheffield United, pareggiato in casa contro Crystal Palace e Wolves e vinto a fatica - sempre in casa - contro Bournemouth e Aston Villa, sarebbe un cambiamento davvero repentino - quasi da indagine federale.

Mentre la dirigenza continua a professare fiducia totale verso Unai Emery, sulla base di non so quali dati o indicazioni, i risultati precipitano e le possibilità di raggiungere l’obiettivo principale della stagione si fanno sempre più labili, per non dire che sono ormai tramontate.

Dal momento che la scossa non sembra dover venire dall’esterno, secondo quanto riportato dalla stampa, non resta che augurarsi che venga dall’interno e nello specifico da colui che è ritenuto - a ragione - il sospettato principale di questo fallimento: Unai Emery.
Leggendo l’autobiografia di Carlo Ancelotti ho capito come il suo Parma del 1996/97 è riuscito a rialzarsi da una serie di otto partite senza vittorie, che lo avevano relegato al 14esimo posto, e risalire la classifica fino al secondo posto finale, dietro la Juventus. Secondo quanto racconta l’attuale allenatore del Napoli, ci è voluta una riunione riservata ad allenatore e giocatori, durante la quale i giocatori hanno tirato fuori tutto il proprio malcontento e l’allenatore ha potuto vedere da che parte stava lo spogliatoio: nel caso in cui la maggioranza gli fosse stata ostile, dice Ancelotti, si sarebbe dimesso senza aspettare l’esonero, che pareva inevitabile.
Da lì, con rinnovata compattezza e spirito di squadra, sono tornati risultati e prestazioni e con essi un gran finale di stagione.

Credo che situazione in casa nostra non sia dissimile a quella vissuta da Carlo Ancelotti ma non sono così sicuro che Unai Emery sappia prendere la stessa iniziativa; i pettegolezzi che vengono fatti trapelare a mezzo stampa, i comportamenti poco ortodossi di alcuni giocatori attraverso i canali social e i vari agenti che rilasciano dichiarazioni sovversive riguardo i propri assistiti restituiscono l’immagine di uno spogliatoio avverso al tecnico, che invece professa tranquillità e serenità.

All’epoca, sempre secondo il racconto di Carlo Ancelotti, l’allora presidente del Parma gli aveva riferito il seguente messaggio: “o fate risultato a San Siro contro il Milan oppure sarà esonero”.
Un messaggio secco, molto duro, che però ha fatto da spartiacque per tutti: a San Siro è arrivata la vittoria e da lì è partita la rimonta; in casa Arsenal, per quanto ne sappiamo, la fiducia è illimitata e non c’è modo di capire da che parte stiano davvero i giocatori.
Siccome non si vince - o almeno non si vinceva, all’epoca - a casa del Milan senza una squadra caratterialmente forte e pienamente motivata, quella partita è stata la cartina di tornasole per Ancelotti, Tanzi e i giocatori stessi - c’era la volontà di remare tutti nella stessa direzione.

Quella di Leicester poteva e doveva essere la partita decisiva per tutti ma non lo è stata: le attese erano talmente basse che la sconfitta sembrava ineluttabile e una prestazione sostanzialmente brutta è stata percepita come un miglioramento, per il semplice fatto di non essere sembrati il solito circo ambulante.
Abbiamo concluso a rete otto volte, concedendo diciannove tiri ai padroni di casa (1 a 7 nello specchio!) e siamo stati dominati sotto ogni punto di vista - eppure si è parlato di segni incoraggianti: quali?

A differenza delle sensazioni e della volontà individuale di credere che le cose magicamente miglioreranno, i numeri non mentono e ci raccontano che questa stagione di Premier League è già virtualmente compromessa - oltre ad essere la peggiore della nostra storia moderna.

Il problema è che Unai Emery non sembra essere in grado di ribaltare questa situazione e nessuno, ai piani alti, sembra aver dato un’occhiata a questi maledetti numeri.

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