07 novembre 2019


Altra partita, altra prestazione indifendibile: un solo tiro nello specchio, un solo passaggio completato all’interno dell’area di rigore avversaria, più tiri concessi rispetto a quelli effettuati.
Capisco perfettamente che ogni squadra attraversi momenti negativi, che a volte le giocate non riescono come dovrebbero e che non sempre è possibile trasferire sul campo gli schemi e le tattiche preparate in settimana.
Ciò che non capisco, tuttavia, è la durata di questo nostro periodo negativo, che si protrae da aprile: dopo una serie di cinque vittorie e un pareggio in sei partite, infatti, si è improvvisamente spenta la luce e abbiamo raccolto appena sei vittorie in diciotto partite, alle quali fanno da contraltare altrettante sconfitte e pareggi.

Delle ultime sei vittorie portate a casa in Premier League, cinque sono arrivate con un solo gol di scarto e in solamente due occasioni siamo riusciti a mantenere la nostra porta inviolata - una della quali a Vicarage Road, con il Watford sotto di un gol e con un uomo in meno già dopo dieci minuti di gioco.
Una sofferenza permanente che esula dalla qualità dell’avversario, dal fatto di giocare in casa o in trasferta, dal modulo impiegato, dal fatto di essere passati in vantaggio o aver dovuto rimontare o da qualsiasi altra circostanza.

Le nostre difficoltà sono la sola costante in un mare di variabili.

Non si tratta più di un momento di forma, non si tratta di un calo fisiologico ma ad un problema ben più profondo che affonda le proprie radici nella visione calcistica di chi siede sulla nostra panchina.
Questa squadra ha nel potenziale offensivo il proprio punto di forza, eppure Unai Emery sembra insistere su un approccio difensivo e chiedere alla squadra di abbassarsi, lasciare il possesso palla agli avversari e invitare la pressione: perché?
L’ho scritto in passato e lo ripeto, la mia non è una presa di posizione a prescindere: se avessimo in panchina un allenatore la cui specialità è attuare una fase difensiva impeccabile, mi andrebbe benissimo; non è il calcio che piace a me ma capirei qual è l’idea e vedrei soprattutto una logica nelle scelte di modulo, tattiche e giocatori.

Unai Emery non sembra in grado di migliorare la nostra fase difensiva, il che di per sé è già un fallimento spettacolare visto la scarsa cura applicata da Arsène Wenger in passato, eppure continua imperterrito su questa strada, isolando sempre di più gli attaccanti e inibendo il nostro gioco, giorno dopo giorno meno piacevole ed efficace.

La rosa attuale, con tutti i suoi difetti, è di gran lunga migliore di quanto la classifica suggerisca e soprattutto molto più forte tecnicamente di quanto l’attuale modo di giocare faccia vedere, quindi è necessario un cambiamento immediato sulla panchina, al fine di permettere a Pierre-Emerick Aubameyang, Nicolas Pépé, Mesut Özil, Dani Ceballos, Lucas Torreira e Alexandre Lacazette di esprimersi al meglio.

Rimuovere Unai Emery dall’equazione è la cosa più facile, sostituirlo invece è già più complesso: chi dovrebbe essere il prossimo allenatore dell’Arsenal?

Non ho la risposta perfetta ma di certo so chi non dovrà mai essere il nostro allenatore: José Mourinho.
L’Arsenal oggi ha bisogno di un tecnico a cui piaccia fare un gioco offensivo ma non spericolato e che sappia lavorare bene con i giovani, due cose che il portoghese non ha mai saputo fare, nemmeno nei momenti migliori della propria carriera - circa dieci anni fa.

In giro per il mondo di sono molti tecnici che potrebbero avere il profilo giusto, anche se inevitabilmente dovremmo prendere dei rischi: penso ovviamente a Mikel Arteta, vice di Pep Guardiola al Manchester City; penso a Erik ten Hag dell’Ajax; penso a Marcelo Gallardo del River Plate, giusto per citarne tre, ma ci sono anche Brendan Rodgers, Julian Nagelsmann o Gaizka Garitano, per nominarne altri.

Fin dall’inizio, Unai Emery è sembrato essere la scelta della prudenza: esperto, vincitore dell’Europa League a tre riprese, già abituato a lavorare in una struttura che prevede un Direttore Tecnico o Direttore Sportivo; il suo rivale principale, quel Mikel Arteta poi rimasto a Manchester, era invece la scelta coraggiosa, il salto nel buio più totale.
All’epoca Ivan Gazidis ha preferito la strada meno rischiosa, come da costume per quello che rimarrà uno dei dirigenti meno ispirati della nostra storia, e la scelta si è rivelata sfortunata.

Forse ora è tempo di prendere l’altra strada...

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