20 dicembre 2019


15 maggio 2016: Mikel Arteta disputa la sua ultima partita da giocatore e capitano dell’Arsenal, subentrando al minuto 88 e trovando pure il tempo per segnare un gran gol, cinicamente registrato poi come autogol del portiere avversario; l’Arsenal batte 4-0 l’Aston Villa e finisce il campionato al secondo posto, complice l’incredibile collasso del Tottenham a casa del Newcastle.

20 dicembre 2019: Mikel Arteta diventa allenatore dell’Arsenal, dove succede a Unai Emery e all’interim di Freddie Ljungberg.
Della rosa di giocatori presenti quel 15 maggio di tre anni fa restano solo Mesut Özil, Héctor Bellerín, Calum Chambers, Emiliano Martínez e Mohamed Elneny, anche se le possibilità che quest’ultimo e il suo nuovo allenatore lavorino insieme sono minime.

Quello che ritrova Mikel Arteta è un Arsenal profondamente diverso, un Cub rivoluzionato dalla testa ai piedi, appena riconoscibile per chi ne ha fatto parte fino al 2016: Per Mertesacker, all’epoca vice-capitano, è oggi direttore dell’Academy; Ivan Gazidis è passato al Milan, Arsène Wenger è dirigente UEFA, Steve Bould è tornato ad allenare l’Under 23; Boro Primorac, Tony Banfield, Andries Jonker e Gerry Peyton sono stati licenziati - solo per citarne alcuni.
Quello di oggi è l’Arsenal di Josh Kroenke, Edu e Raúl Sanllehi, il potente triumvirato che prende tutte le decisioni che contano.

La prima missione per Mikel Arteta, ancor prima di aggiustare le falle della squadra, sarà quella di far valere le proprie idee e i propri princìpi con questi tre; senza un terreno di gioco comune e senza una chiara definizione di ruoli e responsabilità, la carriera del basco rischia di essere molto corta. Da neofita, o quasi, Mikel Arteta avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile da parte della dirigenza, che avrà il difficile compito di dare legittimità ad un debuttante, di fronte ad uno spogliatoio che si dimostra ogni giorno più complicato e diviso.

Faccio un piccolo excursus ma questa situazione mi ricorda quella di Arrigo Sacchi al Milan: l’allora debuttante è arrivato al Milan per volere di Silvio Berlusconi - che ci aveva visto lungo - e ha potuto lavorare solo grazie al supporto di quest’ultimo, che ha subito fatto capire ai giocatori che avrebbe sostenuto ogni scelta del proprio allenatore, anche se debuttante, e che per i ribelli non ci sarebbe stata altra strada che la cessione. A Mikel Arteta servirà proprio questo, una massiccia dose di fiducia pubblica e privata, per far capire ai vari Mesut Özil, Pierre-Emerick Aubameyang, David Luiz e Alexandre Lacazette che il capo è lui, punto e basta.

Se scatta questo meccanismo, rischiamo d’imbarcarci in una rivoluzione assoluta e potremmo aver davvero fatto jackpot.

Le qualità del Mikel Arteta allenatore sono già state decantate dai più illustri tecnici e giocatori in circolazione ma, non essendo ancora state verificate sul campo, non resta che fidarsi e aspettare; il suo credo calcistico e le sue aspettative sono già chiare, il che potrebbe portare a qualche sorpresa: dove collocherà un giocatore tecnico ma lezioso come Mesut Özil? Che posto troveranno Pierre-Emerick Aubameyang e Alexandre Lacazette, con i loro stili così diversi d’interpretare il ruolo di centravanti? Chi occuperà il posto, vitale nel juego de posición, di mediano davanti alla difesa?

Tutti interrogativi aperti, ai quali troveremo risposta nelle prossime settimane.

Volendo giocare al veggente, immagino una squadra con David Luiz davanti alla difesa e Dani Ceballos intoccabile a centrocampo: il brasiliano ha la statura che manca a Lucas Torreira e l’abilità difensiva che manca a Granit Xhaka, oltre ad avere la visione di gioco e i piedi educati necessari a far ripartire l’azione, mentre lo spagnolo ha la capacità, rara in questo gruppo di giocatori, di trasformare l’azione da difensiva in offensiva e assicurare un possesso palla efficace e senza rischi.
Occhio a Emile Smith-Rowe, un altro tuttocampista che potrebbe sbocciare sotto la tutela di Mikel Arteta...

Difficile sbilanciarsi sul resto della formazione, con la difesa che ha innanzitutto bisogno di innesti di qualità e l’attacco ancora da definire, tra alcuni giovani che scalpitano e i campioni che non sembrano più tanto convinti: il nome sul quale puntare è ovviamente quello di Gabriel Martinelli, tuttavia affidarsi completamente ad un ragazzino di 18 anni sarebbe una follia.

Meglio concentrarsi su una cosa alla volta, porsi un obiettivo alla volta: il primo, come detto, è chiarire chi comanda e agire di conseguenza, da parte del gruppo dirigente.

Benvenuto e mucha suerte, Mikel!

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