giovedì 2 gennaio 2020

Finalmente è arrivata la tanto sospirata vittoria, che mancava da quattro partite.
Il perentorio due a zero rifilato al Manchester United è il giusto premio al coraggio, alla determinazione e alla disciplina di un gruppo di giocatori letteralmente trasformati dall’avvento in panchina di Mikel Arteta.

Il modo in cui la squadra ha cambiato volto in così poco tempo è davvero stupefacente, quasi incredibile: degli undici titolari scesi in campo ieri sera, nove erano fedelissimi di Unai Emery eppure sembrano giocatori completamente diversi, rispetto a qualche mese fa.

A centrocampo Granit Xhaka e Lucas Torreira sono inappuntabili, il primo a mordere le caviglie e riciclare i palloni recuperati, il secondo a costruire geometrie e dirigere la cadenza; in attacco Pierre-Emerick Aubameyang non ha mai lavorato così tanto senza palla, da una posizione defilata che notoriamente non ama; in difesa David Luiz sembra improvvisamente aver ritrovato la memoria e aver ricordato come si difende, oltre a tagliare il campo con lanci millimetrici, suo marchio di fabbrica, mentre sugli esterni Ainsley Maitland-Niles e Sead Kolašinac sono instancabili nello sdoppiarsi tra sovrapposizioni e ripiegamenti.

Perfino Mesut Özil, il più indifendibile degli scansafatiche, si è messo a recuperar palloni e aiutare in fase di non possesso palla.

Sogno o son desto?
In meno di due settimane e nonostante un calendario talmente fitto da non lasciar tempo per lunghe sedute tattiche, il basco ha rivoltato la squadra come un guanto, iniettando fiducia, consapevolezza e grinta in un gruppo di giocatori che parevano in caduta libera.
Non sappiamo quanto durerà, perché la rosa è corta, gli impegni tanti e giocoforza arriveranno altre sconfitte e contro-prestazioni ma i primi segnali sono più che incoraggianti: se già la breve parentesi di Freddie Ljungberg ci aveva restituito un’idea di calcio più vicina a quella abituale, l’arrivo di Mikel Arteta ci ha proiettati più in alto, con una fase offensiva sempre più ficcante e una fase difensiva finalmente ordinata.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e non è ancora tempo per sognare in grande, tuttavia questo improvviso cambiamento di rotta mi porta a chiedermi cosa sarebbe successo se Raúl Sanllehi non avesse esitato così tanto, prima di sancire l’inevitabile esonero di Unai Emery: il lato meno scintillante di questo repentino cambio d’atteggiamento dei giocatori suggerisce infatti che molti di loro, a torto o a ragione, avevano tirato i remi in barca durante la fase finale della gestione Emery. Gli stessi che oggi sudano per la squadra, fino all’altro ieri si accontentavano di restare ai margini delle partite e di fare il compitino - quando lo facevano.

Dalla sconfitta contro lo Sheffield United in poi, ogni occasione è sembrata buona per cambiare la guida tecnica - soprattutto dopo il pareggio interno contro il Crystal Palace nonostante il doppio vantaggio, la sconfitta senza appello a casa del Leicester o il pareggio all’ultimo respiro contro il Southampton, all’Emirates Stadium. Perché Raúl Sanllehi non ha agito prima? Quali segnali, invisibili a noi comuni mortali, gli suggerivano che le cose sarebbero potute migliorare?

Quel che vedevo io era una squadra passiva, spaesata, oltremodo timorosa dell’avversario - chiunque esso fosse, dal Leicester al Vitória, senza distinzioni - e soprattutto priva di energia.
Nulla, se non il primo quarto d’ora di gioco al King Power Stadium di Leicester, alimentava la già minuscola fiammella di speranza: prima della sconfitta a casa dello Sheffield United eravamo quinti a due punti dal quarto posto, poi il distacco è salito a quattro punti, poi cinque, poi otto quando abbiamo affrontato il Leicester di Rodgers. A quel punto, anziché cambiare come sembrava ovvio, Raúl Sanllehi ha deciso di concedere un’ultima possibilità a Unai Emery: risultato, abbiamo pareggiato in casa contro il Southampton mentre il Chelsea perdeva contro il Manchester City, perdendo quindi un’altra occasione per ridurre lo svantaggio.
Se a questo aggiungiamo l’interim di Freddie Ljungberg, durato troppo a lungo, ecco che il divario è diventato virtualmente incolmabile.

Inutile piangersi addosso ora, godiamoci questa bella vittoria e questo rinnovato ottimismo: il resto di stagione andrà come andrà, prendiamolo con un lungo allenamento in vista della prossima stagione - allora si che sarà lecito tornare a sognare.



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