18 febbraio 2020


“Emancipate yourself from mental slavery, none but ourself can free our minds”
Parole di Robert Nesta Marley, scritte nel 1979 e ispirate ad un celebre discorso di Marcus Garvey di oltre quarant’anni prima.

“Ci libereremo dalla schiavitú mentale perché, mentre altri possono liberarci dalla schiavitú fisica, nessuno tranne noi stessi può liberare le nostre menti.”
 
Quello che sto per fare è un parallelo ardito, eppure calzante. Poco più di due mesi fa, Shkodran Mustafi e Granit Xhaka sembravano gli ultimi dei reietti e i primi di cui liberarsi; oggi, i due sono diventati i cardini del progetto tecnico di Mikel Arteta, diventando de facto insostituibili.

Il tedesco, specialmente, ha compiuto un’autentica impresa: automaticamente associato all’errore grossolano, all’imperizia tecnica o fisica e sostanzialmente etichettato come bidone, è finito in fondo alle gerarchie di Unai Emery - all’epoca suo allenatore - con il basco che lo aveva invitato pubblicamente a trovarsi un nuovo Club, senza mezzi termini.

Shkodran Mustafi ha scelto di rimanere, ha accettato di giocare solo in Europa League e Carabao Cup e lentamente scalato le gerarchie, dapprima con Freddie Ljungberg e ora, in maniera ancora più plateale, con Mikel Arteta.
Paradossalmente, l’errore imperdonabile commesso contro il Chelsea a Stamford Bridge ha fatto da spartiacque tra il “solito” Mustafi e il nuovo: da quel momento in poi il tedesco non ha più sbagliato nulla, risultando insospettabilmente affidabile.

Durerà? Difficile a dirsi, in fondo non ci si trasforma in Franco Baresi da un giorno all’altro, ma ciò che è successo è già di per sé degno di nota - a riprova di due elementi sempre troppo sottovalutati quando si valutano le prestazione di un giocatore: l’aspetto mentale è esponenzialmente più importante di quello tecnico e il comportamento tattico della squadra ha un’influenza enorme sulle prestazioni di un singolo, a maggior ragione quando è un difensore.

Discorso simile per Granit Xhaka, esposto al pubblico ludibrio a causa delle consegne tattiche di Unai Emery, che ne mettevano in risalto i difetti anziché i pregi, lo svizzero ha sbottato e rischiato di incrinare per sempre il rapporto con lo spogliatoio e con i tifosi; ha perso la fascia di capitano ma noi abbiamo seriamente rischiato di perdere un leader e un regista di qualità, pur con i suoi limiti. Fortuna che Mikel Arteta ha dapprima saputo ricucire lo strappo e poi trovato la giusta dimensione tattica affinché Granit Xhaka non fosse in perenne difficoltà nel dover rincorrere gli avversari o occuparsi di zone di gioco troppo ampie.

Il post di oggi è quindi dedicato alla redenzione di due giocatori i quali, pur non essendo degli assoluti fuoriclasse, si sono dimostrati tali nel reagire ad un momento di grossa difficoltà; la forza mentale che hanno mostrato in questi frangenti difficili potrà essere da esempio per i compagni che, inevitabilmente, incontreranno un momento di scarsa forma o una qualsiasi difficoltà nel giocare come sanno.

Oggi voglio sottolineare la redenzione di due giocatori, provando a non dimenticare che le prestazioni individuali dipendono molto dal contesto e che l’errore, ahimé, è inevitabile; il modo in cui si reagisce agli errori la dice lunga sul carattere di ogni individuo e la reazione di questi due è stata encomiabile - così come il lavoro di Mikel Arteta per nasconderne i difetti ed esaltarne i pregi.

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