venerdì 28 febbraio 2020


Una notte amara, una notte terminata in maniera completamente inattesa.
Il gol di El Arabi all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare ha gelato l’Emirates Stadium, sancendo un’eliminazione europea che sembrava molto più lontana dopo il gol acrobatico di Pierre-Emerick Aubameyang, pochi minuti prima.

Al triplice fischio finale, arrivato subito dopo un’incredibile occasione da gol sprecata proprio dal gabonese, ha scatenato le ire di tanti tifosi, allo stadio come sui social, riportandoci tutti indietro a Baku e all’inizio di stagione a dir poco disastroso.

È di nuovo tutto da buttare, è di nuovo tutto pessimo, è di nuovo tutto nero.
Un disco rotto, un argomento di pseudo-discussione stucchevole sul quale si ritorna, ciclicamente, quando arriva una sconfitta.
Ancora una volta le reazioni sono state intense e virulente, come ormai di moda dopo una sconfitta, quasi come se lo sbraitare più forte sia sinonimo di una maggiore partecipazione o sofferenza.

Ancora una volta ad essere presa di mira è la difesa, un leit-motiv di cui faremmo tutti volentieri a meno ma che sembra inevitabile: ce n’è per Bernd Leno, Shkodran Mustafi, David Luiz e Sokratis, come da copione.
Intendiamoci, la nostra difesa ha grossi limiti e nessuno vuole negarlo ma è da ottusi non riconoscere gli enormi miglioramenti che alcuni elementi - David Luiz e Shkodran Mustafi su tutti - hanno compiuto negli ultimi settimane e negare che la nostra fase difensiva sia migliorata in maniera esponenziale da quando è arrivato Mikel Arteta.
Non siamo ancora ai livelli ai quali aspiriamo ad essere ma non siamo più quel gruppo di diversamente talentuosi d’inizio stagione.

I numeri restano preoccupanti, con un totale di xGA di 16.5 e appena 10 gol realmente incassati, ma l’impressione generale è che la squadra sia più compatta e meglio organizzata; purtroppo le impressioni, in gergo chiamati intangibles, non possono essere misurati quindi a restare sono le occasioni da gol concesse agli avversari, meno numerose ma allo stesso tempo più nitide rispetto a quando in panchina c’era Unai Emery.
C’è tanto lavoro da fare, in sostanza, e non sarà un singolo a risolvere la situazione: gli arrivi di Pablo Marí e William Saliba serviranno a rinnovare il parco giocatori a disposizione del tecnico, con Sokratis e Rob Holding che probabilmente partiranno per ovvie ragioni.

Non è tutto perfetto ma non è nemmeno tutto da buttare, come sembra dopo ogni sconfitta.
La nostra difesa è tutt’altro che eccezionale e finisce sempre con l’essere additata come l’origine di tutti i nostri problemi, quando in realtà sia il centrocampo che l’attacco non sono esattamente meglio: se togliamo dall’equazione i gol di Pierre-Emerick Aubameyang, i nostri numeri sono quelli di una squadra da medio-bassa classifica.

La sconfitta di ieri sera è maturata dal centrocampo in su, dove Nicolas Pépé, Mesut Özil e Alexandre Lacazette non hanno saputo sfruttare gli enormi spazi concessi dall’Olympiacos, squadra mediocre che è riuscita ad andare in costante difficoltà nonostante la doppia linea di quattro uomini racchiusa in meno di venti metri.
Un tocco di troppo per controllare il pallone, un dribbling di troppo, un secondo di esitazione di troppo nel muovere il pallone e tante azioni potenzialmente pericolose si sono arenate, spesso sulla corsia di destra.
Ieri sera è mancata la volontà di chiudere il discorso subito e mettere l’avversario alle corde, preferendo invece controllare il pallone e lasciar passare il tempo - questo nonostante la scelta evidente dell’Olympiacos di restare arroccato in difesa e sfruttare un contropiede o un calcio piazzato.
Una scelta tattica dettata probabilmente dalla stanchezza e dai tanti impegni ravvicinati, che ha finito col ritorcersi contro l’allenatore e i giocatori, a mio parere puniti ben oltre i loro demeriti.

L’avventura europea è finita in maniera brutale e crudele ma la stagione va avanti, a differenza di quanto ho letto nelle ultime ore: lunedì c’è la FA Cup e poi si torna in Premier League, dove la classifica si è accorciata parecchio e c’è ancora tanto per cui lottare.

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