17 marzo 2020


In principio fu il famoso British Core: Jack Wilshere, Aaron Ramsey, Carl Jenkinson, Alex Oxlade-Chamberlain e Kieran Gibbs.
Cresciuti a Hale End o arrivati giovanissimi, questi cinque giovani talenti britannici avrebbero dovuto rappresentare il futuro del Club, il legame indissolubile con Londra e con la storia dell’Arsenal, sempre pregna di stelle emergenti pronte a conquistare il palcoscenico.

Sappiamo tutti com’è andata, tra promesse non mantenute e infortuni ricorrenti.
Dei cinque, uno è stato fermato da troppi infortuni, un altro si è accontentato del ruolo di comparsa, uno semplicemente non è mai stato all’altezza, uno ha cambiato Club e quello restante, Aaron Ramsey, è stato l’unico capace di conquistarsi un posto negli annali del Club.

Niente di scandaloso, dopotutto è estremamente raro che più giocatori di annate vicine arrivino in prima squadra e riescano a diventarne perni insostituibili, quindi il fatto che il nostro British Core non sia stato all’altezza della Class of ‘92 del Manchester United non è una vergogna.

Il vero scandalo, a mio parere, è come abbiamo gestito questi cinque giocatori: quattro di essi infatti sono stati ceduti a titolo gratuito, in circostanze diverse tra loro, vanificando di fatto i massicci investimenti fatti per portarli fino a dove sono arrivati.
Non fosse stato per i £ 40m sborsati dal Liverpool per acquistare Alex Oxlade-Chamberlain, non avremmo ricavato nulla da questi giocatori, con enorme danno per le casse del Club.

Come tanti di voi, anch’io sognavo di vedere Aaron Ramsey e Jack Wilshere dettare il gioco a centrocampo, Alex Oxlade-Chamberlain spaccare in due la partita dalle fasce mentre Carl Jenkinson e Kieran Gibbs pattugliavano le loro zone di competenza.
Non è successo e non è mai sembrato possibile, se non a sprazzi, non necessariamente (o solamente) per colpa dei giocatori stessi: ci vogliono una serie di condizioni ideali affinché un giovane giocatore possa imporsi, a prescindere dal talento individuale, quindi il fatto che non abbia funzionato è pressoché fisiologico.

Arriva il momento nel quale è necessario dire “grazie ma dovremmo prendere strade diverse” e purtroppo questo momento per tre dei cinque giocatori in questione è arrivato troppo tardi, quando la loro parabola era già troppo discendente per attirare un qualsiasi Club rivale.
Separarsi a volte è la scelta giusta per tutti, per il Club che per lo meno potrebbe monetizzare e quindi recuperare l’investimento fatto e per il giocatore stesso, la cui carriera potrebbe ripartire.

Senza esagerare, credo che avremmo potuto ricavare un centinaio di milioni dalle cessioni dei suddetti, in momenti diversi dell’ultimo lustro, ma abbiamo esitato e ci siamo ritrovati con in mano un pugno di mosche.
Mi auguro che per lo meno ci sarà servito da lezione, perché si stanno affacciando in prima squadra nuovi giovani promettenti e, come successo per i loro predecessori, arriverà il momento in cui alcuni di essi - potenzialmente ognuno di essi - dovranno cambiare aria perché non all’altezza delle aspettative.

Ainsley Maitland-Niles, Joe Willock, Reiss Nelson, Bukayo Saka, Gabriel Martinelli, Emile Smith-Rowe e Eddie Nketiah ad un certo punto dovranno essere giudicati in maniera spietata: possiedono le qualità indispensabili per giocare in una squadra che ambisce a giocarsi la Premier League e la Champions League?

Se la risposta è diversa da un sì deciso e perentorio, allora sarà bene muoversi per tempo e considerare l’ipotesi di cederli al miglior offerente, senza esitazioni.

È successo l’estate scorsa con Alex Iwobi, per il quale ho sempre provato un certo affetto, e tutte le parti in causa sembrano aver fatto la scelta giusta: il giocatore scende in campo regolarmente, l’Arsenal ha incassato un’ottima somma, l’Everton si ritrova con un elemento di indubbio talento che, in quell’ambiente, potrebbe esprimersi al massimo delle proprie possibilità.

Appurato che non diventeranno i giocatori che tutti speriamo possano diventare, questi giovani talenti potranno comunque aiutare il Club generando fondi che ci permetteranno di costruire la squadra che vogliamo costruire, una squadra capace di tornare ai vertici.

Può sembrare crudele ma non tutti possono diventare Thierry Henry, Dennis Bergkamp, Robert Pirès o Cesc Fàbregas e a volte vanno fatte le scelte giuste, anche se dolorose.

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