21 aprile 2020


Bravo, però non segna abbastanza.
Il giudizio, spietato e implacabile, torna regolarmente quando il francese attraversa momenti di vacche magre - il capita abbastanza regolarmente - e cancella d’un sol colpo tutte le altre dimensioni del poliedrico attaccante francese.

Ingiusto? Forse, but that’s football, baby.


I numeri dell’ex stella dell’Olympique Lyon in Premier League sono tutt’altro che convincenti: 14 gol in Premier League al debutto, 13 la stagione successiva e appena 7 quest’anno, prima che il Covid-19 fermasse tutto.
Numeri difficili da giustificare per chi veste la maglia #9 dell’Arsenal - per quanto maledetta vogliate considerarla.

Eppure Alexandre Lacazette, prima di approdare all’Emirates Stadium, aveva segnato 76 gol in 97 partite, una media gol (0.78 a partita) degna dei migliori centravanti d’Europa, nemmeno lontana parente di quella in Premier League (0.39).

Se in parte il crollo della media gol è da associarsi alla diversa caratura della Premier League rispetto alla Ligue 1, un’altra componente non trascurabile sembra essere il cambiamento di ruolo e di status dopo il suo sbarco a Londra, cambiamento esacerbato poi dall’arrivo di Pierre-Emerick Aubameyang dal Borussia Dortmund: a Lione, il francese era il centro dell’universo dell’OL, il terminale naturale della manovra offensiva dei Gones, all’Arsenal è dapprima diventato una sorta di falso nueve, per poi trasformarsi nel centravanti-boa che compie il lavoro sporco per favorire gli inserimenti del gabonese o di altri compagni d’attacco.

Un ruolo ingrato, che però Alexandre Lacazette ha sempre svolto in maniera encomiabile, diventando il primo difensore della squadra e un’arma importante nella fase di non possesso palla, prima con Unai Emery e ora con Mikel Arteta.
Con grande spirito di sacrificio e dedizione, Alexandre Lacazette ha accettato di snaturare il proprio gioco in favore del collettivo, esponendosi alle critiche di chi, oltre ai ripiegamenti e alle lotte per il possesso del pallone in territorio avversario, si aspettava la stessa regolarità sotto porta.

Qui, a mio avviso, entra in gioco la differenza abissale tra Premier League e Ligue 1, non tanto a livello tecnico o tattico quanto invece a livello fisico: in Inghilterra non si tira mai il fiato, non c’è un momento di stanca durante la partita e Alexandre Lacazette sembra aver patito molto, in questo senso: durante la prima stagione in Premier League, l’attaccante ha completato solo 10 delle 26 partite disputate da titolare (39%), venendo spesso sostituito con 15 o 20 minuti ancora da giocare.
Le cose sono andate meglio con Unai Emery (21 su 35, 60%) per poi tornare a livelli preoccupanti con l’avvento di Mikel Arteta (4 su 9, 44%), forse un segno della sua scarsa resistenza fisica.

Se così fosse, l’enorme lavoro di squadra che Alexandre Lacazette sta svolgendo da quando è sbarcato all’Emirates Stadium potrebbe essere stato un sacrificio, nel senso più stretto del termine: in nome della squadra, l’ex centravanti dell’Olympique Lyon ha spesso sacrificato quelle energie indispensabili a fargli compiere l’accelerazione decisiva in area, lo scatto che fa la differenza tra un tap-in vincente e un’occasione mancata e soprattutto a realizzare alcuni degli splendidi gol che gli abbiamo visto fare in questi anni.
Alexandre Lacazette ha dimostrato a più riprese di saper inventare un gol dal nulla e di avere un repertorio tra i più completi: colpo di testa, gioco spalle alla porta, conclusioni potenti dalla distanza e percussioni palla al piede in area, ancor meglio se condite da un controllo di palla nello stretto da far invidia a tanti trequartisti.
Basti pensare al gol contro il Tottenham nel derby di questa stagione, quel doppio controllo di destro prima di concludere con una bordata di sinistro, oppure la doppietta al Fulham, il primo con un piede perno da cestista e il secondo con una bordata da fuori area, dopo un ottimo movimento a far sfilare il pallone oltre il marcatore.

La mia ipotesi è che, senza l’enorme mole di lavoro che gli viene richiesta, vedremmo un Alexandre Lacazette molto più incisivo in zona gol e molto più ispirato, come sembrano suggerire alcuni numeri: oltre la metà dei gol segnati in Premier League, infatti, è arrivato prima dell’ora di gioco e un terzo addirittura entro la prima mezz’ora - quando gambe e testa sono ancora fresche.

Così fosse, però, significherebbe anche che il destino del francese è segnato: oggi, in questa Premier League, l’Arsenal non può permettersi il lusso di schierare un giocatore che non possa tenere i novanta minuti ai ritmi richiesti dal più intenso dei campionati europei.
Una scelta inevitabile, che lascia però l’amaro in bocca: Alexandre Lacazette, quando in forma, è un marcatore di razza e uno dei rari attaccanti capaci di mettere gli interessi della squadra davanti ai propri.

Fin dal suo arrivo, il parallelo che mi è saltato in mente è stato quello con un altro grande attaccante nella storia dei Gunners: Ian Wright.
Come l’inglese, Alexandre Lacazette ha grinta da vendere, una tecnica sopraffina e l’innata capacità di segnare in tutti i modi possibili; a differenza di Ian Wright, purtroppo, si ritrova a giocare in un campionato atleticamente difficile da domare e in una squadra nella quale è chiamato a lavorare tanto per gli altri.

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