mercoledì 29 aprile 2020


Nel triumvirato delle espressioni calcistiche più indisponenti, accanto al tiki-taka e al falso nueve, troviamo la garra charrúa uruguaiana con cui Lele Adani ci ha fracassato gli zebedei per fin troppo tempo.

Lucas Torreira da Fray Bentos, Uruguay, l’ha portata a Londra quando è arrivato dalla Sampdoria.
Piccolo, tignoso, indomito come vuole la scuola degli orientales, il centrocampista ha però tante altre qualità che vengono sistematicamente ignorate per far posto alla garra charrúaaaaaaaaaaaaaaaaaa di cui sopra.

Nella smania di voler trovare il centrocampista difensivo che fin troppi tifosi dell’Arsenal cercano quanto e più del sacro Graal, a Lucas Torreira è stata appiccicata l’etichetta di mastino transitata in passato da Francis Coquelin e Mathieu Flamini e, si sa, una volta appiccicata un’etichetta non si stacca più.

I 30 milioni versati a Ferrero per accaparrarsi il promettente centrocampista non sono stati un cattivo investimento ma probabilmente l’ennesimo caso di cattiva comunicazione tra l’allenatore e la dirigenza: all’epoca Unai Emery voleva Steven Nzonzi, 196 centimetri, Raúl Sanllehí gli ha portato l’uruguaiano, 166 centrimetri di garra charrúa: una piccola differenza c’è.

Il nazionale sudamericano ci ha messo pochissimo a conquistare i tifosi con il suo stile inconfondibile e la sua teatralità tipica, fatta di tackle puramente rugbistici e sceneggiate dopo ogni contatto. Il suo profilo è perfetto per la Premier League, il che non è tuttavia necessariamente un complimento: un buon centrocampista difensivo si nota poco, perché in genere si trova nel posto giusto al momento giusto e non ha bisogno di scivolate all’ultimo secondo o rincorse a perdifiato, per recuperare il pallone.
Gilberto Silva, uno dei migliori nel suo ruolo, era soprannominato the Invisible Wall - il muro invisibile - non per caso.

Lucas Torreira, per stile, assomiglia molto di più a N’Golo Kanté o Rino Gattuso, uomini eccezionali nello strappare il pallone all’avversario in qualsiasi zolla del campo ma non tra i più saggi a livello tattico.
Nel calcio-basket senza struttura di Unai Emery, con i giocatori cui veniva chiesto di coprire distanze di terreno impensabili, Lucas Torreira si è esaltato ed è diventato un beniamino dell’Emirates Stadium, mentre con l’avvento di Mikel Arteta è finito più ai margini, in favore di Granit Xhaka e Dani Ceballos: il primo ha un’intelligenza tattica superiore, il secondo un tasso tecnico più elevato.

Per fortuna i piedi di Lucas Torreira - nato calcisticamente come attaccante e poi trequartista - sono molto più educati di quelli dei suoi predecessori, quindi la sua parabola non è discendente come sembra suggerire il suo scarso utilizzo nelle ultime uscite; nel centrocampo di Mikel Arteta c’è senza dubbio un posto per lui, a patto però che cambi il suo modo di stare in campo: se la sua disciplina tattica sarà migliore, potrà facilmente prendere il posto di Granit Xhaka; se la distribuzione del pallone sarà più audace e veloce, allora potrà prendere il posto di Dani Ceballos, se quest’ultimo tornerà a Madrid - come sembra.

A 24 anni, l’uruguaiano ha ancora molto tempo davanti a sé per affinare le proprie qualità e consolidare il proprio ruolo in una squadra in evoluzione come l’Arsenal di Mikel Arteta, a patto come detto di crescere in maniera netta. Temo che per farlo dovrà rinunciare ad un po’ di garra charrúa per abbracciare uno stile di gioco meno appariscente ma più efficace, in entrambe le fasi di gioco: paradossalmente, dovrà diventare meno visibile senza la palla e più coraggioso con il pallone, all’inverso di quanto non sia stato fino a qui.

Ad oggi, tuttavia, Lucas Torreira resta un diavolo della tasmania invitato ad una finale mondiale di scacchi.

Nessun commento:

Posta un commento

I Vostri Commenti