12 novembre 2020

 
C’è un punto di partenza, c’è una tappa intermediaria ma non c’è un punto d’arrivo.
Quel punto di arrivo che solitamente assomiglia ad una zolla di terreno verde, delimitata da quattro linee bianche, con un cerchio situato a circa 11 metri da una struttura in alluminio e nylon, non c’è.

Al suo posto c’è un enorme buco nero, che inghiotte il pallone e chiunque abbia l’ardire di circolare in zona.

Se c’è una cosa che Mikel Arteta non è ancora riuscito a scoprire nei suoi dieci mesi di ricerca estenuante, è cosa succede quando il pallone e i suoi giocatori arrivano negli ultimi, fatidici, venti metri: dopo essere riuscito in pochissimo tempo a creare una barriera quasi impenetrabile nei pressi della nostra area di rigore, aver accorciato le distanze tra i reparti di oltre dieci metri e perfino restituito credibilità ad alcuni giocatori che parevano irrecuperabili, si è bloccato.

Il suo tocco magico è svanito, perso in quel buco nero che appare sistematicamente non appena il pallone supera la tappa intermediaria del centrocampo.

Quando è arrivato alla guida dell’Arsenal, tutto immaginavo tranne che Mikel Arteta non avesse un’idea chiara di come creare occasioni da gol: educato a Barcellona, diventato grande sotto l’ala protettrice di Arsène Wenger e infine pupillo di Pep Guardiola, pensavo che Mikel Arteta avrebbe dovuto fare miracoli per sistemare la difesa ma che almeno ci avrebbe fatti divertire di nuovo, dopo l'ultra pragmatismo di Unai Emery.

Mi sbagliavo.

Tutte le teorie sui terzini invertiti, il 2-3-5 e le ali che diventano attaccanti a tutti gli effetti hanno lasciato spazio a tre difensori centrali, due tornanti e un solo schema offensivo: palla lunga a Pierre-Emerick Aubameyang.

Il centrocampo, privato da qualsiasi velleità offensiva per mere necessità difensive, è un non-reparto che viene quasi sistematicamente saltato in fase di costruzione, salvo quando la squadra esce palla al piede dalla difesa e ha quindi bisogno di uno sbocco centrale, dal quale alimentare le corsie esterne; guai ad accompagnare l’azione offensiva con un inserimento senza palla, guai!

Succede quindi che il pallone parte dai piedi di un difensore, spesso in bello stile, atterra su un centrocampista centrale o un esterno ma poi, inevitabilmente, torna indietro. Davanti ai vari Bukayo Saka, Ainsley Maitland-Niles, Héctor Bellerín e Willian, infatti, si apre una voragine che non lascia loro altra scelta che ricominciare da capo.

È facile quindi prendersela con i giocatori là davanti, che non creano, non combinano, non tirano in porta: abbandonati al loro destino, possono solo tornare indietro (e giù fischi...se solo ci fossero i tifosi) oppure osare un dribbling, con il rischio di perdere il pallone (e altri fischi!)

Anche qualora il dribbling riuscisse, si ritrovano a dover effettuare la medesima scelta: tornare indietro o provare un altro dribbling. Finiscono così a danzare sul bordo di quel buco nero che fà sparire i giocatori in biancorosso e lascia solo avversari e spazio inutilizzabile.

Per quando Alexandre Lacazette, lo stesso Willian e in parte anche Pierre-Emerick Aubameyang e Nicolas Pépé non giochino ai livelli che ci aspettiamo all’Arsenal, va detto a loro discolpa che non hanno nessun tipo di supporto dal resto della squadra e che, perfino tra loro, le distanze sono siderali.

Quando Alexandre Lacazette si abbassa per venire a prendere il pallone dai centrocampisti, chi si inserisce nello spazio lasciato vuoto? Quando Nicolas Pépé riceve palla sulla fascia, chi lo aiuta ad avvicinarsi alle zone più calde, quelle mattonelle dalle quali far male col suo sinistro? Quando Willian si accentra usando il suo ottimo dribbling, con chi può combinare se Dani Ceballos, Mohamed Elneny, Granit Xhaka e Thomas Partey restano inchiodati dietro la linea del pallone?
Perché ci ostiniamo a dare il pallone sui piedi di Pierre-Emerick Aubameyang, a trenta metri dalla porta, quando sappiamo benissimo che ha il dribbling di Martin Keown e il controllo palla di Igors Stepanovs?

Quando tutto l’attacco gioca male, oltre alle qualità e alle caratteristiche dei singoli, il problema è sistemico - non individuale: tiriamo pochissimo in porta, arriviamo a fatica e senza soluzione di continuità nei pressi dell’area di rigore avversaria, siamo prevedibili.

Tutti gli indicatori offensivi della squadra sono in caduta libera da quando è arrivato Mikel Arteta: i tiri in porta, gli xG, le occasioni create, il possesso palla - tutto.

È un maledetto buco nero, insomma.

La buona notizia è che, prima dell’arrivo di Mikel Arteta, quello stesso buco nero - se non addirittura più ampio - si poteva osservare all’altra estremità del campo, dove il povero Bernd Leno era solo a contrastare la forza devastatrice che attirava oltre una dozzina di palloni verso la sua porta, ad ogni singola partita.

Sembrava un problema irrisolvibile, Mikel Arteta lo ha sbrogliato in poche settimane. Perché non dovrebbe fare altrimenti con questo rompicapo?

@ClockEndItalia

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