10 novembre 2020

Prima ancora di essere un programma televisivo con protagonista il diversamente affabile tuttologo Andrea Scanzi, Accordi & Disaccordi è stato un film di Woody Allen, uscito nel 1999.

Il protagonista, Ray Emmet, è un chitarrista jazz ossessionato dal suo grande rivale Django Reinhardt - giudicato il migliore di tutti.

Ecco, non vorrei che Mikel Arteta fosse il nostro Ray Emmet e che Pep Guardiola sia il suo personale Django Reinhardt.

Come il suo mèntore e ex-capo, Mikel Arteta è un fanatico del calcio - nel senso peggiorativo del termine - un integralista e un maniaco nella cura di ogni minuscolo dettaglio.

Risultato: la squadra sembra ingessata, in campo.

Ovviamente non c’è solo del negativo, in questo approccio ossessivo: tanti giocatori hanno sottolineato come Mikel Arteta abbia saputo spiegare loro cosa sarebbe successo in ogni frangente di partita, come sarebbero andate le cose e come avremmo potuto sfruttare i punti deboli degli avversari, limitando al contempo i nostri.

Ha funzionato contro Liverpool, Chelsea, Manchester City e Manchester United, per citarne solo alcuni, ma anche contro Newcastle, Norwich e altre squadre medio-piccole - anche se purtroppo non troppo spesso.

Non bisogna dimenticare che il “metodo Arteta” ci ha portato una FA Cup del tutto insperata, un Community Shield e una vittoria ad Old Trafford che mancava da 14 anni, in Premier League; non sarà il Manchester United dei tempi d’oro ma va ricordato che siamo sempre usciti malconci dalla casa dei Red Devils, anche quando sir Alex Ferguson schierava un centrocampo composto da Rafael, Fabio, Darron Gibson e John O'Shea (!)

I progressi ci sono stati, è innegabile.

Allo stesso tempo, tuttavia, restano tanti problemi irrisolti che, a mio modestissimo parere, derivano dall’integralismo tattico di Mikel Arteta: lo spagnolo non ha ancora trovato il modo di liberare il potenziale offensivo dei propri giocatori, ancora imprigionati in schemi troppo rigidi.

Quando funziona, il nostro calcio è molto bello da vedere: usciamo palla al piede dalla difesa, attiriamo il pressing avversario e poi troviamo l’imbeccata per l’inserimento di Pierre-Emerick Aubameyang da sinistra, che si ritrova a tu per tu col portiere; alternativamente, creiamo superiorità numerica su una fascia, principalmente quella destra, per poi cambiare improvvisamente gioco su Kieran Tierney, Bukayo Saka, Ainsley Maitland-Niles e Pierre-Emerick Aubameyang, che si ritrovano con tempo e spazio per fare male.

È tutto calcolato, è tutto orchestrato alla perfezione e il risultato è un’armonia difficile da fermare.

Quando funziona, è una serie di accordi impeccabili che producono una melodia ipnotica; purtroppo è anche uno spartito semplice da memorizzare e non è troppo complicato trovare le contromisure, per gli allenatori avversari.

Manca spazio per il virtuosismo, manca l’assolo del primo violino e manca il briciolo di follia che renderebbe sublime un’opera tecnicamente perfetta ma priva di fantasia.

Quel che ha reso Pep Guardiola così speciale è la sua capacità di dare spazio e tempo ai propri giocatori più talentuosi, in modo che possano esprimere al meglio le proprie qualità e diventare la chiave per scardinare qualsiasi difesa: lasciando da parte Messi, un giocare a sé che non ha bisogno di grosso aiuto, lo spagnolo ha trasformato Raheem Sterling e Riyad Mahrez in due fantasisti letali sotto porta o nei pressi dell’area di rigore.

È tempo che Ray Emmet diventi Django Reinhardt e lasci spazio alla follia.

@ClockEndItalia

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