15 novembre 2020

 *Questo articolo è stato originariamente pubblicato, in inglese, su Gunners Town

ANDIAMO, FATE QUALCHE GOL!

Come se fosse facile...

Avendo 37 anni, non ho potuto apprezzare appieno i giorni del boring, boring Arsenal; quando ho incontrato i Gunners per la prima volta, nel 1994, George Graham era spaventosamente vicino alla sua fine - anche se nessuno ne aveva la minima idea.

La finale della Coppa delle Coppe è stata la prima volta che ho visto giocare l'Arsenal ed è stato anche un momento determinante della mia esistenza calcistica, l'anno zero del mio sodalizio con questo Club.

Da tifoso straniero, non avevo legami storici con il Club, né genitori, zii o nonni che mi raccontassero com'era prima, l'eredità di Herbert Chapman, i mediocri anni '50 e '60 o Bertie Mee, così ho dovuto fare le mie ricerche - un compito non facile, alla fine degli anni '90 con poca conoscenza della lingua inglese e di internet.

Ho iniziato dal soprannome di "boring, boring Arsenal" perché mi sembrava divertente e mi sembrava che i Gooners fossero orgogliosi di essere stati bollati come la squadra più noiosa del campionato, per qualche strano motivo.

Sono partito dalla stagione 1993/94 e sono andato all'indietro: era impossibile non vedere quanto poco segnasse quella squadra, ma il record difensivo era semplicemente sorprendente, con solo 28 gol subiti in 42 partite di campionato in quella stagione e 38 in 42 nella stagione precedente, nonostante un finale a metà classifica.

Ho continuato a guardare indietro e ho visto come la tendenza stava cambiando: il record difensivo era ancora eccellente ma i gol segnati erano in aumento: 81 gol segnati nel 1991/92, 74 nella stagione 1990/91, 73 nell'altra stagione, la leggendaria campagna 1988/89.

Come poteva essere definita noiosa, quella squadra? Gli scarsi 53 gol segnati nel 1989/90 sembravano più che altro un caso.

Nel corso degli anni, quelle squadre comprendevano Rocastle, Smith, Merson, Hayes, Marwood, Limpar, Wright, Campbell e molti altri, ma l'attenzione, l'immaginario collettivo, fu catturato dal famoso back-four e dalla disciplina imposta da George Graham.

Nel 1990/91, quella squadra vinse il campionato con un incredibile +56 di differenza reti, segnando 74 e subendone 18, perdendo una sola partita, in trasferta contro il Chelsea.

Il successo di George Graham è stato costruito sulla solidarietà e sulla disciplina in difesa, un tratto comune a molte squadre vincenti, il che non significa che l'intera squadra fosse disposta in maniera difensiva.

Ho avuto l'occasione di leggere alcuni stralci dell'autobiografia di Marco van Basten e sono subito passato alla parte in cui racconta i suoi giorni in Italia: da ragazzo sono cresciuto in una famiglia interamente milanista e idolatravo l'attaccante olandese, per me il miglior attaccante di tutti i tempi.

Guardavo il Milan al suo massimo splendore, con l'ossessivo Arrigo Sacchi in panchina, e vedevo gli avversari ansimare per la mancanza di ossigeno e tempo sul pallone, contro il pressing più intensa che avessi mai visto, fino a lì: difesa incredibilmente alta, pressione collettiva sulla palla, squadra pronta per spingere gli avversari verso le linee laterali e caccia implacabile e spietata di ogni palla, in qualsiasi momento della partita.

Il Milan è stato inarrestabile per chiunque e ha avuto qualche anno di puro dominio, soprattutto in Europa, dove non c'erano possibilità per squadre come il Real Madrid e il Bayern Monaco.

Quella squadra è stata una gioia pura, anche perché aveva alcuni dei migliori talenti d'Europa e giocava un calcio di contropiede ficcante, armonioso e mortale, con giocatori del calibro di Ruud Gullit, Carlo Ancelotti, Roberto Donadoni e Marco van Basten che esprimevano il loro miglior calcio sotto la guida di Arrigo Sacchi.

Mi ha sorpreso leggere quanto Marco van Basten, due volte vincitore della Coppa dei Campioni e due volte Pallone d'Oro sotto grli ordini dell'italiano, odiasse lavorare con Arrigo Sacchi, un allenatore che considerava troppo difensivo e ossessionato da infiniti e noiosissimi esercizi difensivi.

Arrigo Sacchi, l'uomo che ha messo in soffitta il catenaccio in Italia e ha abolito la tradizione del libero, un allenatore difensivo?
Con tutto il rispetto per la leggenda olandese, Arrigo Sacchi era tutt'altro che un allenatore difensivo, ma sapeva, come George Graham all'Arsenal e molti altri allenatori di successo, che non ci può essere una squadra vincente senza una solida difesa: anche gli allenatori più offensivi, come Arsène Wenger o Pep Guardiola, sanno di dover sistemare la linea difensiva prima di scatenare i loro giocatori in attacco o qualsiasi gol segnato sarebbe inutile.

Quando Arrigo Sacchi arrivò al Milan, la squadra non incassava necessariamente tanti gol (21 in 30 partite) ma la sua prima missione era quella di migliorarli e la sua squadra riuscì a concedere solo 14 gol nella sua stagione d'esordio; quando George Graham sostituì Don Howe, ereditò una squadra che incassava 47 gol in campionato e migliorò immediatamente i risultati, limitando a 35 i gol incassati durante la sua prima stagione; altri, da Mourinho al Chelsea e Guardiola al Barcellona, videro migliorare i record della rispettiva squadra.

Non hanno avuto bisogno di grandi investimenti per raggiungere questo obiettivo, a parte José Mourinho, e non ci è voluto molto per rendere più stabile l'intera squadra; attraverso stili diversi, ognuno di loro è riuscito a limitare gli avversari a meno tiri o conclusioni meno pericolose, aumentando il possesso palla o regolando le distanze tra i giocatori dei diversi reparti.

Non è mai stato un singolo giocatore a trasformare la squadra, ma una migliore organizzazione e una maggiore attenzione tattica.

Successivamente, o in qualche caso contemporaneamente, molti di loro hanno migliorato drasticamente i numeri offensivi delle loro squadre: Il Milan passò da 32 a 43 gol segnati durante la prima stagione di Arrigo Sacchi in carica, il Barcellona passò da 76 a 105 (!) quando Pep Guardiola subentrò a Frank Rijkaard e l'Arsenal passò da 49 a 58 quando fu nominato George Graham.

Curiosamente, però, tutti gli allenatori di cui sopra hanno dovuto fare affidamento su un singolo giocatore per migliorare la fase offensiva, al massimo due; il Milan ha investito tanto e ha comprato sia Ruud Gullit che Marco van Basten durante la prima stagione di Arrigo Sacchi; José Mourinho ha accolto il marsigliese Didier Drogba, Pep Guardiola ha assistito alla vera esplosione di Lionel Messi e George Graham è stato premiato per aver riposto la sua fede nel prodotto del settore giovanile Martin Hayes, che da una stagione all'altra è passato da 3 a 24 gol.

Il Milan avrebbe segnato altrettanti gol, senza il duo olandese? Chi avrebbe segnato le 16 reti di Didier Drogba durante la sua stagione d'esordio al Chelsea? Dove sarebbe stato il Barcellona se Pep Guardiola avesse tenuto il vincitore del Pallone d'Oro Ronaldinho davanti al diciannovenne Lionel Messi?

Ma soprattutto, che tipo di successo avrebbe avuto George Graham all'Arsenal?

La risposta si trova nelle statistiche collettive e individuali della squadra per la stagione successiva, 1987/88: durante l'estate, George Graham comprò tre membri del nostro famoso back-four (Lee Dixon, Steve Bould, Nigel Winterburn) eppure il record difensivo peggiorò, mentre acquistò anche Alan Smith del Leicester e l'attaccante divenne immediatamente il campocannoniere del Club e diede un nuovo impulso alla linea d'attacco, con George Graham che si allontanava da un Charlie Nicholas in declino e non completamente soddisfatto delle prestazioni di Perry Groves e Niall Quinn.

Cosa sarebbe successo la stagione successiva, se Alan Smith non fosse stato al Club?

Durante i miei oltre 30 anni di partite, ho imparato che la difesa è un'arte collettiva e spesso i singoli pezzi del puzzle non sono così importanti; una buona squadra può continuare a difendere bene anche senza i suoi giocatori di punta, come ha dimostrato il 4-0 del Milan al Barcellona nella finale di Champions League del 1995: i rossoneri hanno giocato quella partita senza il loro capitano e probabilmente il miglior difensore di tutti i tempi, Franco Baresi, e il suo compagno difensivo Alessandro Costacurta; nonostante ciò e con una linea difensiva di fortuna, hanno offerto la solita solida prestazione, muovendosi all'unisono per far letteralmente sparire dal campo Romário, Begiristain e Stoichkov.

Al contrario, l'attacco è qualcosa che richiede giocatori con qualità e intelligenza superiori: Il Milan ha bisogno dell'estro, delle capacità e della visione di Ruud Gullit, Marco van Basten e Roberto Donadoni perché non esiste esercizio, allenamento o analisi video che possa insegnare a produrre il momento magico quando conta di più.

Gli allenatori possono disegnare movimenti e combinazioni sulle loro lavagne ma nessuno di essi potrà funzionare se i giocatori che li eseguono non hanno il livello tecnico richiesto.

Come quegli allenatori, Mikel Arteta ha iniziato a renderci più solidi, più difficili da superare e meglio organizzati in difesa ma avrà bisogno di giocatori migliori per migliorare le nostre prestazioni in attacco; a parte Pierre-Emerick Aubameyang, non abbiamo un solo attaccante di primo livello, al Club: abbiamo alcuni grandi talenti come Eddie Nketiah e Gabriel Martinelli, un attaccante in declino come Alexandre Lacazette, un giocoliere discontinuo come Nicolas Pépé e una pletora di centrocampisti bravini ma incapaci di accendere la scintilla.

Non voglio difendere Mikel Arteta a tutti i costi, perché può fare molto meglio di quanto non faccia con i giocatori attuali, ma non andremo da nessuna parte se non troveremo i giocatori giusti: potremmo iniziare a schierare il nostro unico attaccante d'élite nella sua posizione naturale, ma dobbiamo sicuramente dargli un aiuto, sotto forma di compagni migliori.

Siamo sulla strada giusta, ma siamo a chilometri di distanza dalla nostra destinazione finale.

@ClockEndItalia

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