16 gennaio 2021

 
È finita, signori.

Prima del previsto ma comunque troppo, troppo tardi. Una storia finita malissimo, durata più del necessario, della quale sentiremo parlare ancora per un po’ - tra tanti se e tanti ma.

La rescissione del contratto di Mesut Özil, per la quale si attende solo l’ufficialità, porterà il tedesco alla firma con i turchi del Fenerbahce e noi tutti a voltare pagina, definitivamente.

Campione, scansafatiche, genio incompreso, prigioniero politico o opportunista, arrivati a questo punto importa poco: Mesut Özil è il passato, lascio ad ognuno di voi il giudizio sui suoi sette anni e mezzo all’Arsenal.

Non mi interessa (più) il Mesut Özil calciatore e ancor meno il Mesut Özil personalità mediatica, ciò che mi interessa di più è quali lezioni avremo imparato da questa lunga telenovela, ora che è andato in onda il gran finale.

È arrivato come l’acquisto di primo piano che abbiamo invocato per anni e se ne va a parametro zero, con il Club che dovrà inoltre versargli gli otto milioni di sterline che gli spettano per la terminazione anticipata del contratto.

Dopo Alexis Sánchez, Jack Wilshere, Santi Cazorla, Aaron Ramsey e Danny Welbeck, Mesut Özil è il sesto giocatore di alto profilo ad andarsene dall’Arsenal senza portare alcun tipo di profitto e il terzo, dopo Cesc Fàbregas e Robin van Persie, al quale è stato concesso di diventare più importante del Club stesso, dividendo in maniera quasi insanabile i tifosi in due fazioni.
Una tradizione che avrei volentieri evitato e una serie di scelte che hanno portato il Club e la squadra al lento ed inesorabile declino che stiamo vivendo oggi.

Eppure c’era un tempo in cui l’identità e i valori dell’Arsenal Football Club erano chiari, sia a chi ne faceva parte che a chi lo osservava dall’esterno: erano i tempi dei rinnovi imperativamente annuali per gli ultratrentenni, della struttura ben definita di stipendi e bonus e del rinnovamento spietato della rosa, a prescindere da nomi e reputazione.

Quei valori sono andati perduti e oggi non siamo che l’involucro vuoto del Club che eravamo vent’anni fa: ci siamo concessi senza pudore ai peggiori intermediari del settore, abbiamo fatto più di un patto col diavolo pur di illuderci di esistere ancora come Club di primissima fascia e abbiamo rincorso invano il successo immediato, anziché avere il coraggio di ripartire da zero.

Abbiamo messo delle tende nuove in soggiorno quando le fondamenta scricchiolavano e abbiamo comprato la macchina nuova quando in casa mancavano acqua corrente ed elettricità.

Così, mentre regnava il caos e il “progetto” Arsenal era palesemente destinato a fallire, avvoltoi di ogni continente sono arrivati a Londra, attirati dal fetore di un animale morente, ed il banchetto è iniziato: giocatori che rifiutavano qualsiasi destinazione pur di continuare a percepire il loro lauto stipendio, ricatti più o meno subdoli in fase di rinnovo dei contratti, fonti interne al Club che lasciavano trapelare informazioni confidenziali alla stampa, dirigenti collusi che elargivano strette di mano agli amici degli amici ed eccoci qua, oggi, all’undicesimo posto in classifica in Premier League e una rosa così male assortita da dover essere salvata da un gruppetto di ragazzini.

Se fossimo stati ancora un Club serio, negli anni avremmo ceduto Jack Wilshere e Danny Welbeck quando ne abbiamo avuto l’occasione, così come avremmo accettato l’offerta del Manchester City per Alexis Sánchez, anziché tergiversare e dover improvvisare uno scambio alla pari (!) con Henrikh Mkhitaryan del Manchester United; se fossimo stati ancora un Club serio, avremmo preso una decisione irrevocabile a proposito di Aaron Ramsey e accettato la miglior offerta possibile, anziché insistere su un rinnovo che sembrava impossibile e poi perderlo a parametro zero; fossimo stati ancora un Club serio, avremmo spinto Shkodran Mustafi fuori dall’Emirates Stadium a calci nel didietro e con lui Sead Kolašinac, anziché cedere Nacho Monreal alla Real Sociedad; fossimo stati ancora un Club serio, non avremmo  speso 50 milioni per Alexandre Lacazette e poi 60 per Pierre-Emerick Aubameyang, senza sapere come farli coesistere.

Fossimo stati ancora un Club serio, non avremmo offerto un contratto faraonico ad un giocatore sublime ma dal rendimento altalenante come Mesut Özil, o almeno  lo avremmo poi messo sul mercato quando Unai Emery lo ha palesemente escluso dai propri piani e non ci saremmo fatti trascinare in una telenovela così stucchevole.

Oggi, con l’accordo di rescissione del contratto di Mesut Özil,perdiamo quel briciolo di dignità che ci restava: dopo averlo pagato 350’000 sterline a settimana per non giocare, accettiamo di versargli otto milioni per vederlo giocare in un altro Club.

Voglio credere o perlomeno sperare (illudermi?) che l’Arsenal Football Club abbia imparato qualcosa dalla maniera in cui finisce il sodalizio con Mesut Özil, tuttavia il recente triennale offerto a Willian non mi lascia molto ottimista.

Mi resta un barlume di speranza, quei cinque o sei ragazzini terribili che stanno dimostrando cuore, coraggio e umiltà: se loro diventano il volto dell’Arsenal Football Club, abbiamo ancora una piccola possibilità.

@ClockEndItalia

Nessun commento:

Posta un commento

I Vostri Commenti